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Questioni di confine: l'umano e la macchina, il postumanesimo e il conflitto sociale PDF Stampa E-mail
Aree tematiche - L'altra globalizzazione
Mercoledì 09 Novembre 2016 14:28

Questo articolo è composto da due parti, la prima che riguarda il tema del confine tra umano e macchina, di Adriana Perrotta Rabissi, la seconda che riguarda postumanesimo e conflitto sociale di Franco Romanò

I parte

Nei tre saggi che compongono il Manifesto Cyborg  Donna Haraway indaga il rapporto tra scienza tecnologia e identità di genere. In contrasto con le posizioni essenzialiste di parte del femminismo adotta la metafora del Cyborg come figura in grado di sovvertire l’ordine del discorso patriarcale e mettere  in crisi l’epistemologia maschile.

In the three essays composing the Cyborg Manifesto Donna Haraway investigates the relationship between science technology and gender identity. In opposition to the essentialist positions taken by part of the feminist movement,she takes cyborg metaphor as a figure able to subvert the order of speech and consequently putting in crisis male epistemology.

 

Preferisco essere cyborg che dea (Donna Haraway), di Adriana Perrotta Rabissi

Negli anni Novanta del secolo scorso Donna Haraway, filosofa e biologa statunitense, che si dichiara socialista e femminista, si è interrogata sul rapporto scienza, tecnologie e identità di genere e ha scritto tre saggi pubblicati in italiano nel libro, Manifesto Cyborg. Donne, tecnologie, e biopolitiche del corpo, Introduzione di Rosi Braidotti, Feltrinelli, Milano, 1995.1

Si tratta di un testo importante, ma in Italia purtroppo ha avuto circolazione e diffusione minori che altrove, forse proprio per l’ambivalenza nei confronti dei temi affrontati, e anche perché contrastava le posizioni essenzialiste elaborate dal femminismo della differenza sessuale, egemone nei media italiani.

 



Haraway è fermamente contraria a ogni concezione essenzialistica della soggettività e a ogni rappresentazione bionaturalistica dei corpi, che vanno considerati nel loro intreccio di materia e pratiche culturali di significazione.

Le ricerche di Haraway costituiscono la base sulla quale si è sviluppato il pensiero del femminismo postumanista e  antispecista contemporaneo, inoltre si collocano all’origine di riflessioni che diventano oggi quanto mai attuali, soprattutto alla luce della recente convergenza tra pulsioni neoliberiste e pulsioni neofondametaliste, che pongono l’accento sulla dimensione sessuata del corpo, naturalizzando i parametri comportamentali stabiliti all’interno del discorso patriarcale.

Haraway scriveva trent’anni fa di possibilità che molt* di noi conoscevano solo nell’ambito della letteratura fantascientifica, mentre lei parlava dal paese più avanzato in scienza e tecnologia; nel frattempo si sono intensificate scoperte e invenzioni che in qualche modo ci hanno strett* tra sogni di onnipotenza e incubi, tra la speranza che le biotecnologie migliorino la vita delle persone, eliminando patologie, disabilità, contingenze che ci ostacolano nel quotidiano, aiutandoci per di più a ampliare le possibilità di azione dei nostri corpi concreti, e il timore di superare limiti etici e sociali e perdere in umanità e relazionalità tra le persone.

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Maschio guerriero, maschio protettore. Note sul femminicidio PDF Stampa E-mail
Aree tematiche - L'altra globalizzazione
Mercoledì 09 Novembre 2016 13:40

di Paolo Rabissi

L’uomo deputato dalla cultura patriarcale alla protezione della propria donna (dei figli, della patria ecc.) intrappolato in un paradosso mortale, di fronte all’abbandono ne diventa troppo spesso l'omicida.

The man, deputed by the patriarchal culture, to the protection of his own woman (and of sons, homeland and so on)and being trapped in such a deadly paradox, when abandoned by her, very often becomes the killer of.

1)

Per me uomo, bianco, educato all’eterosessualità, non è poi così semplice e intuitivo l’uso della parola ‘femminicidio’. Perché il femminicidio non è il semplice omicidio di una donna, si presenta dentro una casistica articolatissima in cui a commettere violenza è ora il padre, ora il fratello, ora il conoscente anche se più frequentemente l’uccisione di una donna avviene per mano del partner abbandonato, per un altro/a ma anche no.

Non è nemmeno semplice l’uso della parola sessismo. Perché devo distinguere tra misoginia, antifemminismo e sciovinismo maschile, che, per quanto odiosi, sono componenti indiscutibili del sessismo ma meno gravi delle forme estreme di manifestazione come il femminicidio e anche la mercificazione del corpo e dell’immagine femminile che, per la sua carica razzista di fondo, del femminicidio è supporto.

Le cose cominciano ad essere più chiare quando risalendo al patriarcato, che è organizzato sulla subordinazione del femminile al maschile, ti rendi conto che il sessismo è l’insieme di idee, credenze e convinzioni, stereotipi e pregiudizi ecc, che perpetuano e legittimano la gerarchia e la disuguaglianza fra i sessi, per usare le parole di Annamaria Rivera (La bella, la Bestia e l’Umano, Ediesse, 2010).

Ma infine s’impara anche che, acquisizione felice di più recenti studi antropologici, è diventato possibile storicizzare la nascita del patriarcato. Voglio dire che di fronte alla disperante nozione che affonda quella nascita nella notte dei millenni, oggi siamo in grado di datarla con una certa sicurezza a circa tre, quattro mila anni fa, che fanno in tutto solo trenta, quaranta secoli, che in fondo non è gran che: siamo in definitivamente eredi di una quarantina di generazioni di sapientes e non è più così difficile pensare che il patriarcato come è nato possa anche morire. Nel senso che intanto non solo sappiamo cosa non vogliamo ma anche quali radici abbiamo da estirpare, che poi facendo ciò si possa anche finire molto verosimilmente col togliere molta aggressività e subliminale capacità di condizionare le genti all’organizzazione capitalistica del mondo, neoliberismo incluso, non può che consolarci.


2)
Si dice a ragione allora insistentemente: il femminicidio è soprattutto un problema di uomini e sono costoro a doversene fare carico pubblicamente. E viene aggiunto subito che riguarda tutti gli uomini, non solo alcuni uomini, che è l’aspetto più difficile da sbrogliare. Perché c’è da superare la tentazione diffusa di addebitare il femminicidio a colpi di follia esplosi in un uomo, magari apparentemente mite e innocuo: del quale solo dopo perlopiù si viene a sapere che esercitava violenze continue e di vario tipo  che accumulatesi a un certo punto esplodono.

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Gli scioperi più grandi del mondo. L’India tra lotte sindacali e movimenti di difesa della natura. PDF Stampa E-mail
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Mercoledì 10 Luglio 2013 20:09

di Aldo Marchetti

 

Il 20 e 21 febbraio del 2013 l’intero subcontinente indiano è stato paralizzato da uno sciopero generale nazionale di due giorni con una partecipazione di circa cento milioni di lavoratori.  Al centro dello scontro sociale, costato alcuni morti e decine di migliaia di fermi e arresti, c'è la denuncia delle politiche neoliberiste del governo.

On 20th and 21st febbruary last the indian subcontinent was paralized by a two day general strike. Nearly a hundred million workers joined the protest. The core of the social battle was the complaint against neo-liberal politics supported by the government. Thousends of people were arrested and some died during the riots.

Um 20 und 21 Februar, Indien war vor einem zwei Tage Streik gelähmt. Million Arberiteren und Arbeiterinnen teilnahm. Die Arbeitere protestiert gegen die neo liberalen  Politischen. Tausende Arbeitere war festgenommen und mehrere getöten waren.

 

Da due anni l’India, spesso definita come «la più grande democrazia» oppure la «democrazia più complicata» del mondo, è scossa da lotte sindacali che per estensione e  partecipazione rappresentano qualche cosa di nuovo nella sua storia recente. Già il 28 febbraio 2012 si era tenuto uno sciopero generale nazionale di 24 ore contro le politiche del governo di Mammohan Singh, esponente di spicco del National Congress Party. Lo sciopero indetto dalle tre maggiori confederazioni Intuc (Indian national tradeGruppi di donne della zona himalayana dell’Uttarkhand ponendosi a corona attorno ai fusti degli alberi, cercano di impedire il taglio dei boschi. union congress) di ascendenza gandhiana, Aituc (All indian trade union congress) di origine comunista e Bharatiya Maazdor Sangh, di matrice socialista, assieme al Sewa (sindacato composto da sole donne) e altre 600 organizzazioni minori, aveva coinvolto circa 100 milioni di lavoratori ed era stato definito da molti come il più grande sciopero della storia. Un anno dopo i sindacati indiani sono ritornati sulla scena raddoppiando la posta: il 20 e 21 febbraio del 2013 l’intero subcontinente è stato paralizzato da uno sciopero generale nazionale di due giorni con una partecipazione eguale se non superiore a quella di un anno prima. In ambedue le occasioni in tutte le città del paese, dalle megalopoli come Mumbai e Calcutta ai centri minori, sono state tenute manifestazioni con comizi, cortei, sit-in, barricate, cariche della polizia con alcuni morti e decine di migliaia di fermi e arresti.

Al centro dello scontro sociale vi è una piattaforma rivendicativa con la quale le centrali del lavoro denunciano la politiche neoliberiste del governo e chiedono la rinuncia alla privatizzazione delle imprese pubbliche e alla fusione delle banche, che comporta la chiusura in massa delle filiali dei villaggi rurali, con la conseguente impossibilità da parte dei contadini di accedere al credito;  il blocco dei contratti di lavoro atipico o comunque l’equiparazione dei loro trattamenti a quelli dei rapporti a tempo indeterminato; l’aumento del salario minimo garantito e dei sussidi alle famiglie povere; lo stop all’aumento dei prezzi dei beni di prima necessità; una politica fiscale più equa; un welfare più moderno ed esteso a fasce più ampie di popolazione. Ma è l’intera politica economica del governo Singh ad essere messa sotto accusa, per la corruzione dilagante, l’inefficienza, l’inerzia, la soggezione ai voleri delle multinazionali, l’incapacità ad affrontare i problemi più gravi della miseria, malnutrizione, mortalità infantile.

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Lo sciopero nella logistica e i Ciompi PDF Stampa E-mail
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Giovedì 28 Marzo 2013 09:33

di Paolo Rabissi

La lotta dei salariati nella Logistica si sta dispiegando in maniera sempre più decisa e determinata, grazie anche alla Rete l'organizzazione di base riesce a mobilitarsi con qualche successo. Naturalmente a parlarne sono pochissimi. Si tratta di una mano d'opera composta perlopiù da migranti spesso senza permesso di soggiorno e pertanto ricattabili con condizioni di lavoro simili alla schiavitù. Veri e propri fantasmi anche perché non hanno diritto al voto senza il quale difficilmente le lotte potranno avere esiti duraturi.

Persino I Ciompi a Firenze nel 1378 riuscirono a vedere riconosciuti, almeno per qualche anno, i loro diritti di cittadini: i salariati più bassi della lavorazione della lana infatti, addetti alla ‘ciompatura’, alla battitura della lana, rimasta a bagno nella loro propria urina, erano inimage_41definitiva cittadini di Firenze (a parte ‘una brigata fiamminga’!), anche se molti di loro erano immigrati in città dal contado, immiserito dalla peste e dalle guerre.  Gli ‘addetti  alla logistica’ del nostro tempo, facchini perlopiù, sono invece in gran parte migranti africani. Risiedono sì in Italia ma è come se non ci fossero. Lavorano dieci, dodici ore al giorno ma sono invisibili, veri e propri fantasmi, non sempre hanno un salario, spesso è dilazionato, non maturano alcun diritto di anzianità perché ad ogni licenziamento devono sempre ricominciare da capo, molti non hanno permesso di soggiorno, chi ce l’ha ha lo stesso trattamento.

I Ciompi occuparono Palazzo Vecchio, allora dei Priori, e con una inattesa rivolta, maturata però negli anni, imposero la propria presenza nella vita politica, i facchini della logistica per ora occupano le strade, per fermare i TIR si sdraiano sotto le ruote. I Ciompi maturarono nel giro della loro stagione di lotta, che durò un quinquennio, la sorprendente consapevolezza rivoluzionaria (a giudicare dalle rivendicazioni divenute leggi per breve tempo) di non poter ottenere la tutela effettiva dei propri interessi senza modificare a proprio favore i rapporti di potere vigenti. Questo difficilmente potrà succedere per le lotte nella logistica, soprattutto perché hanno poche possibilità di aggregare qualche altra categoria , non sono una classe, sono paria della lotta di classe,  anche se di essa riescono ad assumere forme di lotta abbastanza simili. Sono dei «sans-droits», «sans-parole», «sans-plume».  Parlano in pochi un italiano stentato e lo affidano a gruppi di giovani studenti che generosamente seguono le loro lotte, anche se in moltissimi casi sono studenti loro stessi. Ci sono anche italiani, ma sempre più spesso vengono licenziati, gli africani senza permesso di soggiorno sono preferiti.

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Come uscire dalla crisi: crescita e intervento pubblico PDF Stampa E-mail
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Venerdì 13 Luglio 2012 00:00
SEL, 13 febbraio 2012
Crisi Economica: Come Uscirne ?
Giorgio Lunghini
Come uscire dalla crisi: Crescita e intervento pubblico
0. È un fatto intellettualmente curioso che la teoria economica dominante non
abbia nessuna spiegazione convincente del fenomeno delle crisi, il che dovrebbebastare per farla abbandonare; ma è politicamente preoccupante che delle crisi sitenti di medicare le conseguenze ispirandosi alla sua filosofia, che è quella dellaissez faire.
1. Gli aspetti più vistosi della crisi in atto, in questa sua fase, sono gli aspettifinanziari, sono le colpevoli condizioni della finanza pubblica e delle istituzionifinanziarie private. Nel capitalismo, tuttavia, gli elementi finanziari e gli elementireali sono strettamente interconnessi, poiché una economia monetaria di
produzione è impensabile senza moneta, senza banche e senza finanza. Un
sistema economico capitalistico potrebbe anche riprodursi senza crisi; ma se esoltanto se la distribuzione del prodotto sociale fosse tale -per dirla con Marx -danon generare crisi di realizzazione, di ‘sovrapproduzione’ (di sovrapproduzionerelativa: rispetto alla capacità d’acquisto, non rispetto ai bisogni); e se moneta,
banca e finanza fossero soltanto funzionali al processo di produzione e
riproduzione del sistema, e non dessero invece luogo a sovraspeculazione e a crisidi tesaurizzazione. Ovvero non si darebbero crisi, nel linguaggio di Keynes, se ladomanda effettiva, per consumi e per investimenti, e la domanda di moneta per ilmotivo speculativo fossero tali -by accident or design -da assicurare un
equilibrio di piena occupazione. Ora è improbabile che questo caso si dia
automaticamente, e di qui la necessità sistematica di un disegno di politicaeconomica. In breve: il sistema capitalistico – il ‘mercato’ – non è capace di
autoregolarsi.
2. Negli ultimi anni si è invece avuto un cospicuo spostamento, nella
distribuzione del reddito, dai salari ai profitti e alle rendite; e dunque si èdeterminata una insufficienza di domanda effettiva e una disoccupazione
crescente. D’altra parte la finanza è diventata un gioco fine a se stesso. In
condizioni normali la finanza è un gioco a somma zero: c’è chi guadagna e chiperde; ma quando essa assume le forme patologiche di una ingegneria finanziariaalla Frankestein, ci perdono tutti: anche e soprattutto quelli che non hanno
partecipato al gioco. Questi processi si sono diffusi in tutto il mondo, grazie allaglobalizzazione e alla conseguente sincronizzazione delle diverse economie
nazionali; e grazie all’assenza di un coordinamento della divisione internazionaledel lavoro e di un appropriato ordinamento monetario e finanziario internazionale.
Così che i singoli paesi si trovano a dover fronteggiare le conseguenze della crisiciascuno da solo, ma non autonomamente; bensì, in Europa, secondo le direttivedella Banca Centrale Europea e, in generale, del “senato virtuale”.
3. Il “senato virtuale”, secondo una definizione che N. Chomsky mutua da B.
Eichengreen, è costituito da prestatori di fondi e da investitori internazionali checontinuamente sottopongono a giudizio, anche per mezzo delle agenzie di rating,
le politiche dei governi nazionali; e che se giudicano “irrazionali” tali politiche perché
contrarie ai loro interessi -votano contro di esse con fughe di capitali,
attacchi speculativi o altre misure a danno di quei paesi e in particolare delle varieforme di stato sociale. I governi democratici hanno dunque un doppio elettorato: iloro cittadini e il senato virtuale, che normalmente prevale. Infatti è questa unacrisi tale che, se non se ne esce, avrà conseguenze gravissime non soltanto
economiche (una lunga depressione), ma soprattutto politiche. Il Novecento
europeo ha insegnato che dalla crisi si esce a destra. Uscite a destra che oggi non
sfoceranno in nazifascismo; ma più probabilmente -poiché la seconda volta le
tragedie si presentano come farsa -in forme di populismo autoritario, con Tolkien
al posto di Heidegger e gli Hobbit al posto delle Walkirie. In un mondo fatto diLumpenproletariat e di piccolo-borghesi.
4. Sono conseguenze della crisi, e insieme loro cause, che in verità sono iconnaturati difetti del capitalismo: l’incapacità a provvedere una occupazionepiena e la distribuzione arbitraria e iniqua delle ricchezze e dei redditi. Per
rimediare a questi difetti, nell’ultimo capitolo della Teoria generale Keynespropone tre linee di intervento: una redistribuzione del reddito per via fiscale(imposte sul reddito progressive e elevate imposte di successione), l’eutanasia delrentier, e un certo, non piccolo, intervento dello stato nell’economia. È un vero
peccato (e peccato mortale nel senso del Catechismo: tale quando ci sono nelcontempo materia grave, piena consapevolezza e deliberato consenso) che lakeynesiana Filosofia Sociale alla quale la Teoria Generale potrebbe condurrenon sia mai stata presa in considerazione, per via della incapacità dei finanzieridella City e dei rappresentanti dei capitalisti nel Parlamento, di decidere circa lemisure da prendere per salvaguardare il capitalismo dal ‘Bolscevismo’; e che ilpiano Keynes di Bretton Woods sia stato prima temperato poi smantellato.
Tuttavia i problemi reali, che Keynes aveva ben chari in mente in tutti e due isensi della parola, oggi in Italia si riducono a uno: a un problema di crescita, equae rispettosa dei vincoli di bilancio.
5. La ricetta keynesiana è di per sé, anche se a ciò non era intesa, una ricettaper l’equità e per la crescita. La redistribuzione del reddito (peraltro predicatadall’articolo 53 della Costituzione italiana) comporterebbe un aumento dellapropensione marginale media al consumo e dunque della domanda effettiva.
L’eutanasia del rentier, dunque del “potere oppressivo e cumulativo del capitalistadi sfruttare il valore di scarsità del capitale”, renderebbe convenienti ancheinvestimenti a redditività differita e bassa agli occhi del contabile, qualinormalmente sono gli investimenti a alta redditività sociale. Per quanto riguardal’intervento dello Stato, secondo il Keynes de La fine del laissez faire, “l’azionepiù importante si riferisce non a quelle attività che gli individui privati svolgono
già, ma a quelle funzioni che cadono al di fuori del raggio d’azione degliindividui, a quelle decisioni che nessuno prende se non vengono prese dallo Stato.
La cosa importante per il governo non è fare ciò che gli individui fanno di già, efarlo un po’ meglio o un po’ peggio, ma fare ciò che presentemente non si fa deltutto”. Ricordo che l’Italia, a questo proposito, ha una tradizione illustre,
purtroppo tradita.
6. Tutti riconoscono che il problema principale dell’economia italiana è un
problema di crescita; e che però i vincoli finanziari sono stringenti. Come
intervenire, sotto questo vincolo? Qui, a integrazione di quanto ho detto sinora,
voglio riprendere un ragionamento di Pierluigi Ciocca che a me pare di grandeimportanza e attualità; anche perché contiene una implicita critica alla politica deidue tempi, una politica per definizione fallimentare. Ricordo che Pierluigi Cioccaè stato il primo a parlare di un “problema di crescita dell’economia italiana”, nellariunione scientifica del 2003 della Società Italiana degli Economisti; e che direcente ha suggerito Tre mosse per l’economia italiana, che a integrazione della
ricetta keynesiana assicurerebbero a un tempo rigore equità e crescita. È
culturalmente e politicamente preoccupante che un così ragionevole e semplicesuggerimento, che qui sotto riprendo, non sia stato preso in nessuna
considerazione.
7. L’economia italiana è minata da scadimento della produttività, vuoto didomanda effettiva, credito internazionale precario. La politica economica
dovrebbe agire simultaneamente sui tre fronti, tra loro strettamente connessi:
7.1 Promuovere la produttività. La produttività risente di incapacità
intrinseche alle aziende italiane. Sono limiti -non solo dimensionali -di cui
l’impresa porta intera la responsabilità e sulle quali la politica economica non può
molto. Ma la produttività trova altresì impedimenti esterni. In primo luogo, lacarenza delle infrastrutture materiali e la pressione tributaria. Manutenzione,
ampliamento e modernizzazione delle infrastrutture fisiche postulano investimentipubblici cospicui. La produttività incontra un ulteriore ostacolo esterno nellainadeguatezza del diritto dell’economia. Si richiede una organica riforma deldiritto societario, delle procedure concorsuali, del processo civile, della tuteladella concorrenza e del diritto amministrativo. Dai primi anni Novanta paradossalmente,
da quando esiste un’autorità antitrust -si è inoltre affievolito
l’insieme delle pressioni, di mercato e no, che costringono le imprese a ricercare ilprofitto attraverso l’efficienza, il progresso tecnico, l’innovazione. Il grado medio
di concorrenza è diminuito, il cambio è stato a lungo cedevole, la spesa pubblicalarga, i salari reali stagnanti. Per più vie, a cominciare da una vera azione
antitrust, la politica pubblica è chiamata a favorire le sollecitazioni
produttivistiche nel sistema, confidando che l’impresa privata -quella pubblica
essendo stata ridotta dal disfacimento dell’Iri a utilities e a alcuni servizi -riscopra
una adeguata attitudine imprenditoriale, risponda alle sollecitazioni, sappia
cogliere le opportunità.
7.2 Sostenere la domanda. Per superare una depressione che altrimentisi protrarrebbe ancora per anni e dovendosi ridurre il disavanzo, è necessario agiresulla composizione•corsivo aggiunto•del bilancio pubblico. Unitamente a minoriimposte, non va ridimensionato -come sinora si è fatto -ma va accresciuto il peso
delle voci di spesa più idonee a alimentare la domanda. Al tempo stesso, è il peso
delle uscite che in minor misura influenzano la domanda a doversi ridurre, nellamisura necessaria a raggiungere il pareggio e a fare spazio nel bilancio alle speseda espandere e alla pressione tributaria da limare. Con una simile, articolatamanovra di finanza pubblica, la domanda globale, anziché contrarsi, riceverebbe
sostegno. Dal miglioramento delle aspettative e dai minori tassi d´interesse
deriverebbero maggiori investimenti e consumi da parte dei privati.
7.3 Ridurre il debito pubblico. Solo il rilancio della crescita di lungo
periodo, unito alla riduzione e ristrutturazione della spesa e a una pressionetributaria perequata, ancorché attenuata, può risanare i conti pubblici. Al di làdell’emergenza e dei provvedimenti salvifici, va posto in atto un programma chenel quinquennio 2012-2016 abbassi la spesa corrente in rapporto al Pil di circa 6
punti. Di questi, 2 o 3 punti concorrerebbero all’azzeramento del disavanzo eassicurerebbero in seguito l’equilibrio del bilancio. Tre punti verrebbero devolutia maggiori investimenti in infrastrutture e alla riduzione del carico fiscale. Per
ragioni di equità e per sostenere i consumi la tassazione va redistribuita in senso
progressivo, in primo luogo attraverso un contrasto all’evasione che sia senzaquartiere e che sul reddito celato incida anche rilevando livello e variazioni delpatrimonio. L’azzeramento del disavanzo si concentrerebbe su tre voci di spesa:
trasferimenti alle imprese, acquisti di beni e servizi, costo del personale. Nellamedia del periodo le tre voci dovrebbero scendere, rispetto a un Pil nominale ereale dapprima in ripresa poi in crescita, grosso modo nelle seguenti proporzioni:
i) i trasferimenti alle imprese (da ridurre prontamente anche in valore assoluto,
perché fonte di inefficienza, se non di illegalità) di almeno di 2 punti percentuali;
ii) gli acquisti di beni e servizi dal 9 al 6%, attraverso severe economie esoprattutto una dura ricontrattazione degli esosi prezzi lucrati dai fornitori; iii) laspesa per il personale -con un parziale turnover, salvaguardando i salari unitari dall’
11 al 10%. Su queste basi l’abbattimento dello stock del debito pubblico
potrebbe essere accelerato cartolarizzando immobili delle P. A. non funzionalialla loro operatività. Il peggioramento delle prestazioni offerte ai cittadini dalsistema pensionistico e dal sistema sanitario -conquiste e collanti della società
italiana -rappresenta invece una fonte di economie a cui solo eventualmente esolo residualmente far ricorso.
8. Nell’insieme le tre voci di spesa corrente indicate sopra rappresentano
circa un quarto del Pil. In un quinquennio la crescita del Pil potrebbe mediamenterisalire al 4,5% l’anno: 2,5% in termini reali, 2% per un’inflazione entro i limitieuropei. Se solo venissero bloccate in termini nominali, globalmente le tre voci dispesa scenderebbero alla fine del periodo del 10% in termini reali e quasi del 5%
rispetto al prodotto interno lordo. Assumendo, per semplicità, moltiplicatoridell’ordine di 0,5 per le spese che perdono di peso (6 punti) e di 1,5 per i maggioriinvestimenti e la minore imposizione (3 punti) l’impatto netto del mutamento dicomposizione del bilancio sulla domanda globale risulterebbe espansivo nellamisura dell’1,5 per cento. L’effetto andrebbe distribuito nell’arco del quinquennio
alla luce del profilo ciclico dell’economia e nel rispetto dell’equilibrio di bilancio
in ciascun esercizio. Il premio al rischio sul debito scenderebbe, perché un piano
siffatto è quanto gli investitori, interni e internazionali, chiedono da anni all’Italia.
* Scriveva Keynes, nel 1937: «La fase di espansione, non quella di recessione, è ilmomento giusto per l’austerità di bilancio».

di Giorgio Lunghini

Intervento tenuto presso SEL nel febbraio 2012.

Il saggio riprende alcune idee di Keynes per formulare proposte di uscita dalla crisi nel senso di una maggiore equità.

The essay refers to some ideas by J.M.Keynes, to formulate proposals of way out from the economical crisis, based on a deeper social justice.

0. È un fatto intellettualmente curioso che la teoria economica dominante non abbia nessuna spiegazione convincente del fenomeno delle crisi, il che dovrebbe bastare per farla abbandonare; ma è politicamente preoccupante che delle crisi sitenti di medicare le conseguenze ispirandosi alla sua filosofia, che è quella del laissez faire.

1. Gli aspetti più vistosi della crisi in atto, in questa sua fase, sono gli aspetti finanziari, sono le colpevoli condizioni della finanza pubblica e delle istituzioni finanziarie private. Nel capitalismo, tuttavia, gli elementi finanziari e gli elementi reali sono strettamente interconnessi, poiché una economia monetaria di produzione è impensabile senza moneta, senza banche e senza finanza. Un sistema economico capitalistico potrebbe anche riprodursi senza crisi; ma se e soltanto se la distribuzione del prodotto sociale fosse tale -per dirla con Marx -da non generare crisi di realizzazione, di ‘sovrapproduzione’ (di sovrapproduzione relativa: rispetto alla capacità d’acquisto, non rispetto ai bisogni); e se moneta, banca e finanza fossero soltanto funzionali al processo di produzione e riproduzione del sistema, e non dessero invece luogo a sovraspeculazione e a crisi di tesaurizzazione. Ovvero non si darebbero crisi, nel linguaggio di Keynes, se la domanda effettiva, per consumi e per investimenti, e la domanda di moneta per il motivo speculativo fossero tali -by accident or design -da assicurare un equilibrio di piena occupazione. Ora è improbabile che questo caso si dia automaticamente, e di qui la necessità sistematica di un disegno di politica  economica. In breve: il sistema capitalistico – il ‘mercato’ – non è capace di autoregolarsi.

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Di corpi e di parol.e. Una riflessione sul rapporto donne lingua ai tempi del patriarcato PDF Stampa E-mail
Aree tematiche - L'altra globalizzazione
Martedì 07 Febbraio 2012 16:53

di Adriana Perrotta Rabissi

I corpi sono quelli delle donne, che negli ultimi tempi si affacciano sempre più numerose, anche in Italia, sulla scena della politica, della cultura e dell'economia. Le parole sono quelle impiegate dai principali mezzi di comunicazione per parlare di loro.

Leggendo articoli sui quotidiani nazionali, ascoltando radio e televisioni, si osserva una generale nominazione maschile degli incarichi pubblici, istituzionali e professionali pur esercitati da donne, con un corredo di veri e propri errori grammaticali e torsioni espressive che sfiorano il ridicolo; c'è anche qualche tentativo coraggioso, e un po' incerto, di declinare al femminile cariche e titoli riferiti a donne, secondo le regole della morfologia.

Tentativi che riscuotono spesso critiche e/o commenti spesso ironici, quando non sarcastici, accompagnati da fantasiose e deboli argomentazioni, che reggono poco sia sul piano grammaticale sia su quello logico, ma che segnalano un profondo fastidio nei confronti di modificazioni della lingua in uso.

Tanto che viene da chiedersi il perché di tali resistenze di fronte a fenomeni di evoluzione linguistica, accettata senza problemi in altri campi, basti pensare ai termini provenienti da altre lingue nazionali, gerghi, codici, sottocodici, che dopo qualche tempo entrano nell'uso comune, sia che piacciano, sia che dispiacciano.

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La fertilità del disagio. Essere maschi tra potere e libertà. PDF Stampa E-mail
Aree tematiche - L'altra globalizzazione
Mercoledì 26 Gennaio 2011 00:00

di Paolo Rabissi

Assumo per questo mio breve intervento come titolo quello stesso del libro di Stefano Ciccone (Essere maschi tra potere e libertà, Rosenberg e Sellier, 2009) perché il desiderio di affrontare le questioni, qui di seguito succintamente esposte, trova in questo lavoro la migliore trattazione per chi, come il sottoscritto, ha attraversato a titolo diverso le culture del Novecento, analisi e 'pratiche' dei femminismi comprese. Questo lavoro dunque vuole sostanzialmente proporre all'attenzione alcuni degli interrogativi che il lavoro ormai decennale dell'autore del libro ci pone.

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Una storia al femminile. Michela Zucca, Storia delle donne da Eva a domani Edizioni Simone, Napoli 2010 PDF Stampa E-mail
Aree tematiche - L'altra globalizzazione
Mercoledì 26 Gennaio 2011 00:00

di Laura Cantelmo

La ricerca dell’antropologa Michela Zucca è sempre stata focalizzata sulla vita delle donne, in particolare su quello che la società, nel suo lavoro  di esclusione di genere, ha  con crescente enfasi inteso nascondere, ignorare, condannare. La storiografia ufficiale ci ha sufficientemente informati sull’esistenza di donne aristocratiche, colte, mogli di uomini illustri, o con ruoli di rilievo nella società del tempo, come le badesse, ad esempio, mentre ben poco si è indagato su quegli strati della società che stavano al di  fuori dei “centri di comando”, fuori dai castelli o dai monasteri, nelle campagne e sui monti.

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Mercato globale: comprarsi l'Africa PDF Stampa E-mail
Aree tematiche - L'altra globalizzazione
Martedì 11 Maggio 2010 00:00

di Paolo Rabissi

Il fenomeno dell’acquisto da parte di sempre più numerose nazioni di terreni agricoli soprattutto in Africa è da poco manifesto. Mancano sin qui analisi complessive che sappiano mettere in relazione questo fenomeno con i suoi aspetti sociali, politici e finanziari. Grandi quantità di capitali si stanno mobilitando per questo tipo di operazioni attratti dalla redditività di titoli legati allo sfruttamento dei terreni.

Le  implicazioni di natura sociale e politica di questo fenomeno sono comunque intuitive, da una parte l’immiserimento indotto nelle popolazioni interessate e dall’altra la perdita di sovranità stessa degli stati. Nell'attuale crisi economica globale, commenta un articolo apparso su der Spiegel il 30 luglio 2009 (a firma di Horand Knaup e Juliane von Mittelstaedt) gli investitori stanno cercando approdi sicuri, non solo gestori di hedge fund ed executive dell’industria e dell’agricoltura, ma anche rappresentanti di fondi pensione e persino capi di uffici finanziari di università, Harvard inclusa. Migliaia di fondi di investimento, dal piccolo al grande, hanno iniziato ad applicare la formula base del mondo e della vita: l’umanità deve mangiare, comunque.

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Relazioni industriali e conflitti di lavoro nel Sud-Est asiatico PDF Stampa E-mail
Aree tematiche - L'altra globalizzazione
Venerdì 01 Gennaio 2010 00:00

di Aldo Marchetti

In un recente libro sulla globalizzazione Luciano Gallino(1) sottolinea l’importanza di un fenomeno che sta avvenendo sotto i nostri occhi e al quale si presta assai poca attenzione: la recente formazione di una nuova classe operaia le cui proporzioni sono ormai incommensurabili a quella dell’Europa e del Nord America nel periodo della prima industrializzazione. A metà Ottocento, quando Marx scriveva "Il Capitale", i lavoratori dell’industria, secondo alcune valutazioni, ammontavano a qualche decina di milioni. Negli ultimi decenni, se comprendiamo i paesi dell’Asia, dell’America Latina, dell’Est Europeo, si stima che abbiano raggiunto un numero dieci o quindici volte maggiore. E’ bene precisare che mai come in questo caso l’espressione "classe operaia" va usata con la massima cautela e solo a patto di ricordare che ci troviamo in un immenso campo di differenze di lingua, cultura, religione, ideologia, morale, nazione, genere e storia antica e recente. E’ tuttavia ragionevole affermare che si è aperto negli ultimi decenni un nuovo capitolo di storia e che in uno sterminato perimetro si stanno sperimentando inediti e imprevedibili processi so ciali.

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L’eroica idiozia di una massaia. Nascita e morte della massaia di Paola Masino PDF Stampa E-mail
Aree tematiche - L'altra globalizzazione
Martedì 10 Novembre 2015 08:56
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Intervista a Naila Kabeer: Matrimonio, maternità e mascolinità nell’economia globale. PDF Stampa E-mail
Aree tematiche - L'altra globalizzazione
Mercoledì 10 Luglio 2013 12:51

Intervista a cura della redazione di Femminile plurale

 

Un'economista analizza le conseguenze sociali e politiche del ridimensionamento del ruolo di cura assegnato dal patriarcato alle donne.

An economist analyzes the social and political consequences of the reduction suffered by the role of cure that patriarchy assignes to women.

Eine Volkswirtschafterin analysiert die politische und gesellschaftligene Folgen des Pfleges Rolle der Patriarchat unterrichtet auf die Frauen.


Quattro chiacchiere con Naila

«Provengo da una regione – che si estende dal Nord Africa attraverso il Middle East, passando per le pianure dell’India del Nord sino al Bangladesh – dove i principi di eredità e discendenza sono paterlineari. Men matter, nella proprietà e nella progenie. La sessualità delle donne e i loro margini di movimento nell’arena pubblica e privata sono tenuti sotto stretto controllo, il che le confina a ruoli puramente riproduttivi portati avanti per la maggior parte all’interno delle mura domestiche».

Così Naila Kabeer, professoressa di “Development Studies” alla School of Oriental and African Studies (SOAS) della London University, si raccontava lo scorso 24 gennaio nel corso della cerimonia inaugurale di quella che, a livello internazionale, è riconosciuta  fra le più  prestigiose istituzioni specializzate in lingue e studi su Asia, Africa, Vicino e Medio Oriente e dove si occupa di studi di genere in relazione al mercato del lavoro, globalizzazione, povertà e movimenti migratori. A lei, una delle massime esperte in materia, è stata a affidataSchermata_2013-07-15_alle_13.19.48la lecture conclusiva del VI Congresso della Società Italiana delle Storiche (SIS), chiusasi sabato 16 febbraio all’Auditorium Santa Margherita dell’Università Ca’Foscari di Venezia.

La relazione di Kabeer, intitolata “Marriage, motherhood and masculinity in the global economy: is there an emerging crisis in social reproduction?” (Matrimonio, maternità e mascolinità nell’economia globale: una crisi che emerge nella riproduzione sociale?), poneva la seguente questione: la crescente partecipazione femminile al mondo del lavoro contribuisce alla messa in discussione dei privilegi del patriarcato, cominciando dalla sfera domestica? Oppure le donne si ritrovano caricate di un doppio fardello, dovendo ora tenere pulita e ordinata la casa e anche lavorare – seppur pagate – all’esterno?

Incontriamo Naila Kabeer nel suo albergo, a Venezia, sabato pomeriggio. È entusiasta del buffet di chiusura del Congresso e della splendida giornata, quasi primaverile. Fra poche ore sarà in volo per Copenaghen, ancora lavoro, ma ci invita comunque ad accomodarci sul divano damascato della hall per parlare in tranquillità. E chiacchieriamo, chiacchieriamo per quasi un’ora, con un’economista di fama mondiale che ci dimostra da subito, con una disponibilità e un’umiltà fuori dal comune, cosa significhi essere prima di tutto una donna in dialogo con altre donne.

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Le fabbriche recuperate in Argentina e in America Latina Un primo bilancio PDF Stampa E-mail
Aree tematiche - L'altra globalizzazione
Venerdì 11 Gennaio 2013 11:38

di Aldo Marchetti

Uno dei lasciti della crisi argentina è quello delle aziende fallite occupate e rimesse in attività dai dipendenti, in assenza dei proprietari, spesso fuggiti all’estero o semplicemente scomparsi. Si tratta di più di 200 fabbriche che occupano circa 10.000 lavoratori!

One of the legacy left by the Argentinian crisis, are the factories that, after having gone banckrupt, have been occupied and ruled by workers. In many cases, this is also due to the absence of propriators, who have escaped abroad or simply desappeared. More than 200 factoris, nowadays, give work to 10.000 workers.

Eine der Hinterlassenschaften der argentinischen Krise ist die der bankrotten Unternehmen, die von den Mitarbeitern besetzt und, in Abwesenheit der Inhaber, die häufig ins Ausland flohen oder einfach verschwanden, erneut in Betrieb gesetzt wurden. Es handelt sich um mehr als 200 Fabriken, die rund 10.000 Arbeiter beschäftigen!

Poco più di dieci anni or sono l’Argentina ha attraversato una delle più gravi crisi della sua storia. E’ stata lafabricastomadas2-conseguenza di una politica economica ispirata da più di un ventennio alle teorie neoliberiste della scuola di Chicago. La crisi era in atto da tempo ma all’inizio del nuovo secolo si dispiegò in tutta la sua gravità: la disoccupazione raggiunse il 20 per cento, più della metà della popolazione sprofondò sotto la soglia di povertà, le fabbriche chiusero a migliaia, i capitali fuggirono all’estero mentre il pagamento del debito internazionale soffocava l’attività produttiva del paese.  Lo scontro sociale raggiunse il suo apice pochi giorni prima del Natale del 2001 quando gli argentini scesero nelle strade facendo risuonare le pentole vuote, scontrandosi con le forze dell’ordine e intimando all’intera classe politica di andarsene: Que se vayan todos! In quei giorni il grande romanziere argentino Ernesto Sabato scriveva: “Oggi noi siamo un paese povero, e sul nostro popolo pesa un debito estero opprimente. Proviamo un senso d’impotenza che sembra compromettere la vita delle persone.

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Le banche del tempo: intervista a Laura Di Silvestro PDF Stampa E-mail
Aree tematiche - L'altra globalizzazione
Venerdì 13 Luglio 2012 00:00

a cura di Franco Romanò.

Le banche del tempo, nate una decina di anni fa, possono essere un esempio di socializzazione del lavoro e di nuova governance.

The banks of time, born a decade ago, can be an exampple of socialization of work and of new governance.

Franco Romanò: Signora Di Silvestro le faccio per prima una domanda molto semplice: che cosa è una banca del tempo?

Laura Di Silvestro: In realtà a questa domanda si può rispondere in diversi modi. Uno è una semplice definizione di BdT: un’associazione di cittadini attivi che intende utilizzare una parte del proprio tempo in modo solidale, scambiandolo con altri cittadini in servizi, attività diverse, messa in comune di conoscenze e saperi. Lo scambio è indiretto, cioè non necessariamente reciproco, all’interno dell’associazione e l’unità di misura è il tempo (da una mezz’ora in su) e il tempo ha lo stesso valore per tutti, quindi qualunque sia il contenuto dello scambio il suo valore è dato dalla durata. Ogni socio di una BdT indica quelle che sono le sue disponibilità e le sue necessità e si rende disponibile, ma non in maniera obbligatoria, allo scambio cogli altri soci. Si crea così una rete di relazioni che esce dallo schema o soldi o famiglia e tende a ricreare la realtà del buon vicinato ormai scomparsa.

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Francia: suicidi sul posto di lavoro di dipendenti altamente qualificati. PDF Stampa E-mail
Aree tematiche - L'altra globalizzazione
Venerdì 11 Novembre 2011 00:00

di Pino Ferraris

La questione dei suicidi sul lavoro in Francia si pone da almeno un decennio. Nella stessa France Télécom decine di suicidi di dipendenti di alto livello sono avvenuti già nei primi anni del nuovo secolo. Ma la cronaca non manifestò alcun interesse per la questione.  Bisogna aspettare il 2004, quando Dominique Decéze pubblica  'La macchina tritatutto' . Il libro descrive in modo preciso i nuovi metodi di gestione brutali con i quali l'azienda, appena privatizzata, realizza una radicale ristrutturazione.

Il quotidiano parigino Le Monde del 26 settembre 2009 esce con un vistoso titolo in prima pagina: "Corsa alla produttività, concorrenza spietata: perché i dipendenti si suicidano sul posto di lavoro". Dalla prima pagina si rinvia ad un' ampia inchiesta condotta dal giornale che pone al centro i 23 suicidi che, nei mesi estivi, si sono succeduti a France Télécom. Larticolo di fondo che apre l'inchiesta è firmato da Cristophe Dejours, noto docente universitario di psicoanalisi della salute sul lavoro (1). Questo il titolo: "Contro l'isolamento, l'urgenza di una dimensione collettiva".

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Sicurezza alimentare. Intervista all'ecofemminista tedesca Maria Mies. PDF Stampa E-mail
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Mercoledì 26 Gennaio 2011 00:00

di Marina Impallomeni

da Dwpress Weekly Report

Roma. Il Women's Day on Food ha avuto luogo nel novembre 1996, è stata un'intera giornata dedicata al punto di vista delle donne sulla sicurezza alimentare, tenutasi nell'ambito del Forum delle ONG,. Ha mostrato, se ancora ce n'era bisogno, quanto sia ricco il pensiero delle donne. Tra le molte voci che al Forum si sono incontrate, vi è stata quella di Maria Mies, una delle maggiori teoriche dell'ecofemminismo e della critica alla globalizzazione del mercato, fondatrice insieme ad altre donne del giornale beitraege zur feministischen theorie und praxis, nonché coautrice, insieme a Vandana Shiva, del libro Ecofeminism (Londra, 1993).

Ci sembra importante riproporre oggi l'intervista.

 

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L’economia informale nel sud del mondo fra dilemmi interpretativi e di azione PDF Stampa E-mail
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Martedì 11 Maggio 2010 00:00

di Diego Coletto

Da almeno quarant’anni l’economia informale ha assunto la forma di un fiume carsico nel dibattito pubblico, nei paesi del nord come in quelli del sud del mondo. Ad intervalli irregolari essa è emersa dall’ombra, assumendo di volta in volta denominazioni, caratteristiche e interpretazioni differenti. Economia informale, sommersa, illegale, non contabilizzata, non ufficiale, parallela, senza mercato, settore informale, informalità: sono solo alcuni dei termini più noti utilizzati per indicare un insieme eterogeneo di processi di produzione e di scambio di beni e di servizi.

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Neo patriarcato o post patriarcato? PDF Stampa E-mail
Aree tematiche - L'altra globalizzazione
Venerdì 01 Gennaio 2010 00:00

di Adriana Perrotta Rabissi

A un anno di distanza dall'analisi di  Paola Melchiori, Neopatriarcato, che qui presentiamo traendola dal sito della Libera Università delle Donne di Milano, gli episodi che si sono avvicendati  in Italia - aggressioni, violenze, femminicidi, stupri dentro e fuori le famiglie,  uso esibito, compiaciuto, commerciale e politico del corpo delle donne, episodi di intolleranza verso donne non a disposizione - sembrano confermare molti dei suoi spunti teorici di allora.

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