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L'inchiesta di ricercatori e studenti cinesi sulla Foxconn la più grande azienda del mondo nel settore dell'elettronica PDF Stampa E-mail
Giovedì 28 Gennaio 2016 14:03

di Paolo Rabissi

La coraggiosa inchiesta di un gruppo di ricercatori cinesi rivela il regime di sfruttamento della più grande azienda elettronica del mondo, le forme di rifiuto, i suicidi e la resistenza opposta dalle maestranze in un paese privato di tutti i diritti per noi fondamentali.

The fearless survey written by a groups of chinese reserchers reveals the regime of exploitation of workers in the biggest electonmic farm in thje world and the different forms of rejection, the suicides, and the resistence opposed by the workers, in a country lacking of rights that we consider as fundamental.

Nella fabbrica globale, vite al lavoro e resistenze operaie nei laboratori della Foxconn, ombre corte / culture, 2014, è il risultato di una ricerca svolta sul campo da ricercatori studenti cinesi dentro e intorno alla Foxconn, la più grande azienda terzista del mondo nel settore dell’elettronica (per i principali marchi come Apple, Ibm, Hewlett & Packard, Nokia, Samsung) con 1,3 milioni di occupate/i, di cui un milione in Cina e gli altri sparsi sul pianeta, perlopiù giovanissime/i che abbandonano la fabbrica appena possono. Non a caso l’inchiesta ha preso le mosse dalla catena di suicidi del 2010 (tra il gennaio 2010 e la fine del 2011 si sono buttati dai piani alti dei dormitori ventiquattro operai di cui sette donne). Il volume rivela le condizioni di lavoro nelle numerose fabbriche dell’impresa e dunque anzitutto documenta e informa ma si fa da subito anche discorso critico: parte dalla Foxconn e dai suoi specifici modelli di produzione (taylorismo, fordismo e toyotismo messi insieme) nonché dalla resistenza opposta per sottrarsi alle sue forme più opprimenti ma coinvolge nella denuncia l’intero sistema capitalistico mondiale di produzione delle merci. Il regime di produzione altamente dispotico, il sistema di lavoro dei dormitori, lo sfruttamento della manodopera studentesca, i trucchi per evitare il riconoscimento delle malattie professionali e degli incidenti sul lavoro,  le forme di resistenza e le lotte senza sindacato sono i temi della ricerca. Il sottotitolo del libro ci avvisa: in esso si parla anzitutto di ‘vite al lavoro’, un’espressione che è molto chiara anche a noi in Occidente. Qui nella fabbrica cinese però la vita delle relazioni, degli affetti e degli interessi non legati alla produzione viene in pratica svelta dal corpo e dalle menti in maniera più rozza, diretta e efficace e basti qui l’esempio che ci sembra particolarmente significativo dell’organizzazione dei dormitori attigui alle fabbriche. Per questo riportiamo dal libro qualche pagina tratta dal capitolo secondo - “Il regime di produzione della Foxconn” - nel quale gli autori descrivono la vita interna alla macchina Foxconn, le condizioni di lavoro, il sistema di norme, controlli, disciplina, punizione e umiliazione che vuole garantirsi obbedienza e sottomissione.

I luccicanti dispositivi che i nostri nipotini maneggiano con gioia e disinvoltura da una parte e la grande quantità di merci che arriva in Occidente a basso costo sottendono un mondo di sfruttamento ai limiti del sostenibile che spiega la crescita impressionante della potenza industriale, e non solo, della Cina. Sui caratteri di questo sviluppo dentro l’evoluzione storica del comunismo cinese si sofferma la prefazione al libro di Ferruccio Gambino e Devi Sacchetto, di essa pubblichiamo in coda un amplio stralcio.

La coraggiosa denuncia dei giovani ricercatori fa luce su un mondo concentrazionario ai limiti della schiavitù (li/le chiama iSlaves Ralf Ruckus, curatore dell’edizione tedesca del libro, gli operai e le operaie dell'azienda) inimmaginabile nemmeno nell’Europa della prima rivoluzione industriale. Qui la vita è senza respiro, operai e operaie maturano alla svelta la coscienza dello scarto tra le promesse tanto magnificate quanto bugiarde e la realtà e fuggono via appena riescono a superare le difficoltà incredibili che le autorità interne alla fabbrica oppongono. Del resto il turn over è garantito all’azienda da una disponibilità pressoché illimitata dei milioni di migranti dalle campagne (Gambino-Sacchetto nelle pagine della prefazione qui riportate  stimano 250 milioni negli ultimi venticinque anni) nelle quali peraltro difficilmente è possibile una ricollocazione tanto la vita è stata qui altrimenti desertificata.  Gambino-Sacchetto medesimi peraltro hanno curato nel 2015 per Jaca Book il libro Morire per un iPhone, una ricerca di Pun Ngai, Jenny Chan, Mark Selden in cui viene messo a fuoco il legame tra la committente Apple, uno dei più grandi marchi dell'elettronica e la Foxconn, nonché le lotte e le vite dei/le giovani operai/e. Se ne può òeggere una recensione sul Manifesto a questo link http://ilmanifesto.info/latelier-infernale-degli-smartphone/

CAPITOLO SECONDO

Il regime di produzione della Foxconn

di Deng Yunxue, Jin Schuheng e Pun Ngai

Il dormitorio come prolungamento della catena di montaggio .

Il sistema di lavoro dei dormitori si distingue principalmente dal fatto che i dormitori e le officine vengono diretti in modo simile. I dormitori sono il prolungamento delle catene di montaggio. In realtà per gli operai i dormitori dovrebbero essere uno spazio per vivere ma sono insopportabili come dei campi di prigionia. La severa gestione comincia con il check-in nel dormitorio mediante tessera magnetica. Se si dimentica la tessera o se si prova con una tessera altrui, non si entra. Un’operaia di una fabbrica a Tientsin ha riferito: “Una volta un’amica del mio villaggio aveva dimenticato la tessera aziendale e usava nel dormitorio quella di un altro. Gli addetti alla sicurezza se ne sono accorti e le hanno dato una lezione”. Se non si effettua il check-in con la tessera si può perdere il diritto di accesso al dormitorio. Un operaio a Langfang afferma:

Se vuoi entrare nel dormitorio, devi sempre fare il check-in con la tessera aziendale. Se non fai il check-in per tre giorni di fila, si parte dal presupposto che tu per tre notti non abbia dormito lì. Di conseguenza rischi di perdere il tuo letto nel dormitorio e non puoi più abitare lì. Allora devi prendere in affitto una stanza fuori.

Il rigido sistema di controllo degli accessi impedisce il contatto tra operai di diversi dormitori. Se si vuole raggiungere un altro dormitorio bisogna farsi registrare con la propria tessera aziendale. Ma già solo la registrazione può comportare delle noie. Un’operaia del complesso di fabbriche a Taiyuan racconta:

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Un articolo e un film sulle contraddizioni delle ONG PDF Stampa E-mail
Lunedì 08 Febbraio 2016 14:50

della redazione

A partire da un articolo di Arundhati Roy e Jamal Juma, che qui proponiamo e dal film di Fermando Leòn de Aranoa Perfect day, una riflessione della redazione di Ol su ruolo e contraddizioni delle ONG.

Starting from an article written by  Arundhati Roy e Jamal Juma, here enclosed, and from the film A perfect day by Lèon de Aranoa, what follows is the debate inside OL staff about role and nowadays contradictions of NGOs. 

 

A cosa servono certe ONG di Arundhati Roy e Jamal Juma (1)

…Come il FMI ha imposto l’Aggiustamento Strutturale, e ha sottoposto a torsioni i governi, costringendoli a tagli della spesa pubblica per sanità, istruzione, assistenza all’infanzia, sviluppo, le ONG sono entrate in azione.

La Privatizzazione del Tutto ha comportato anche l’ONGanizzazione del Tutto.

Alla scomparsa dei posti di lavoro e dei mezzi di sussistenza, le ONG sono diventate una fonte importante di occupazione, anche per coloro che sono consapevoli di ciò che in realtà rappresentano. E certamente, non tutte le ONG sono cattive.

Fra i milioni di ONG, alcune conducono un lavoro notevole, radicale e sarebbe un travisamento addossare a tutte le ONG gli stessi difetti.

Tuttavia, le ONG finanziate dalle imprese o dalle Fondazioni costituiscono il mezzo con cui la finanza mondiale coopta i movimenti di resistenza, letteralmente come gli azionisti acquisiscono quote delle compagnie, per cercare di assumerne il controllo dall’interno. Si innestano come nodi sul sistema nervoso centrale, i percorsi lungo i quali scorre la finanza globale.Le ONG funzionano come trasmettitori, ricevitori, ammortizzatori, mettono sull’avviso ad ogni impulso sociale, attente a non infastidire i governi dei paesi che le ospitano. (La Fondazione Ford richiede alle organizzazioni che finanzia di firmare un impegno in tal senso). Inavvertitamente (e talvolta avvertitamene, di proposito), servono da postazioni di ascolto, con le loro relazioni e i loro convegni e con le altre attività missionarie, che alimentano di informazioni un sistema sempre più aggressivo di sorveglianza di Stati sempre più repressivi. Più agitata è una zona, maggiore è il numero di ONG in essa presenti.regia di Fernando Léon de Aranoa

Maliziosamente, quando il governo o settori della Stampa delle Corporation desiderano condurre una campagna diffamatoria contro un autentico movimento popolare, come il Narmada Bachao Andolan (movimento che resiste alla costruzione della diga di Narmada e che inoltre lavora per l’ambiente e i diritti umani, N.d.T.), o contro il movimento di protesta contro il reattore nucleare di Koodankulam, questi movimenti vengono accusati di essere ONG che ricevono finanziamenti dall’esterno.

Il governo e la stampa sanno molto bene che il mandato della maggior parte delle ONG, in particolare di quelle ben finanziate, è quello di promuovere il progetto della globalizzazione delle multinazionali, non quello di contrastarlo.

Armate con i loro miliardi, queste ONG hanno esondato nel mondo, trasformando rivoluzionari potenziali in attivisti stipendiati, in artisti, intellettuali e registi foraggiati di soldi, gradualmente attirandoli lontano dal confronto radicale, avviandoli nella direzione del multi-culturalismo, dello sviluppo sociale e di genere – della narrazione retorica espressa nel linguaggio delle politiche identitarie e dei diritti umani.

La trasformazione dell’idea di giustizia nell’industria dei diritti umani è stato un “golpe” concettuale in cui le ONG e le Fondazioni hanno svolto un ruolo cruciale. Il focus attentivo sui diritti umani consente un’analisi tutta concentrata sulle atrocità, in cui viene impedita la visione di un panorama più vasto e le considerazioni su tutte le parti in conflitto, per esempio, sui Maoisti e il governo indiano, o sull’esercito israeliano e Hamas, ed entrambi i contendenti possono essere stigmatizzati come Violatori dei Diritti Umani.

Gli espropri di terre da parte delle società minerarie, o la storia dell’annessione della terra dei Palestinesi da parte dello Stato di Israele, diventano allora solo note a piè di pagina con ben poca evidenza nella narrazione in merito.

Questo non vuol dire che i diritti umani non abbiano importanza. Sono importanti, ma non sono un prisma abbastanza idoneo attraverso il quale visualizzare o lontanamente capire le grandi ingiustizie del mondo in cui viviamo

…E una delle ragioni per cui la società civile è così debole, e fino a pochi anni fa invece era il contrario, i palestinesi erano l’avanguardia degli attivisti arabi, è che sono arrivate le nostre ONG a rafforzarla.

I primi internazionali sono stati una svolta. Erano quasi tutti specialisti di diritti umani, e hanno tradotto in termini giuridici l’occupazione, impostando il ricorso all’Onu, al tribunale dell’Aja. Le convenzioni di Ginevra sono diventate la nostra nuova arma. Una delle più efficaci, dice Jamal Juma, il coordinatore delle iniziative contro il Muro. Ma poi sono arrivate Ong di altro tipo: quelle di aiuto allo sviluppo. E un po’ alla volta, si sono trasformate in una forma di welfare dice. Oggi le Ong, qui, sono centinaia. Nessuno sa più neppure il numero preciso. E la maggioranza si dedica a progetti inutili, il cui solo obiettivo è offrire uno stipendio ai palestinesi. E tenerli buoni. Anche perché i direttori di progetto sono stranieri: i palestinesi sono chiamati semplicemente ad attuare progetti pensati altrove. Il risultato è stato lo sfibramento della società civile. E soprattutto, il passaggio dalla politica alla tecnica. Quando l’esercito confisca una strada, si ha subito una Ong pronta a costruirne una alternativa. Ma l’obiettivo, dice Jamal Juma, dovrebbe essere combattere l’occupazione, non aiutarci a conviverci…

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Di amore, di guerra e di miti. Terza parte. PDF Stampa E-mail
Domenica 07 Febbraio 2016 10:07

di Franco Romanò

La terza parte del saggio è un'indagine intorno al desiderio maschile. I comportamenti di Lucio, il protagonista de L'asino d'oro, e di Cupido vengono analizzati alla luce del  libro di de Rougemont l'Amore e l'occidente. Sullo sfondo il mito di Tristano e Isotta e la musica di Wagner.

The third part of the essay is about male desire. The behaviour of Lucius, the protasgonist of The Golden Ass (Asinus Aureus) or Metamorphoses by Lucio Apuleio and  Cupid, are analyzed with a critical concern with Love in the Western World by Denis De Rougemont. On the backstage, the myth of Tristan and Iseult and Wagner.

IL DESIDERIO MASCHILE

È venuto il momento di abbandonare i due amanti, per ritornare alle Metamorfosi e al rispecchiamento fra le peripezie del protagonista e la storia di Amore e Psiche; è su Lucio e su Cupido che ci soffermeremo, sorvolando sul fatto che il primo è una creazione letteraria (forse autobiografica), l'altro una divinità del Pantheon classico. Per noi, sono due esseri umani di genere maschile, che ci lasciano intravedere qualcosa sul modo in cui si muove il loro desiderio.

Sono giovani, si stanno affacciando alla vita: entrambi sono un po' picari, avventurosi e gaglioffi. Venere definisce il figlio uno scapestrato senza scrupoli, quanto a Lucio, alcuni tratti del carattere vengono delineati da Apuleio nelle primissime pagine del libro.

Egli vuole essere iniziato a una spiritualità superiore. L'iniziazione è cosa seria e Lucio sembra consapevole della severità della prova: ma quando incontra Photis dimentica tutti i suoi propositi e cade preda di un amore cieco. Egli se ne rende conto, ma è incapace di resistervi. L'errore più grave che commette, però, non è questo per Apuleio, ma ciò che fa successivamente quando viene a sapere che la ragazza è al servizio di una famosa maga: Panfile. Egli crede di avere trovato la scorciatoia che gli permetterà di mantenere la sua relazione con Photis ed elevare al tempo stesso la propria anima alla spiritualità superiore. Non si possono mischiare le due cose: secoli più tardi, il Commendatore che apparirà a Don Giovanni nella scena finale del banchetto risponderà “Chi si pasce di cibo celeste non si pasce di cibo mortale.”

La maga panfile

La superficialità di Lucio è evidente ed è questa che viene sanzionata nel libro come una grave colpa: essa rivela un comportamento altrettanto avventato quanto quello di Cupido che, non appena vede Psiche, decide di pungersi e quindi di innamorarsi di lei, ma senza pensare alle conseguenze e alla sua capacità di farvi fronte.

Lucio chiede a Photis di rubare l'unguento per poter diventare un uccello, animale che rappresenta bene il volo dell'anima verso le altezze cui lui aspira; la ragazza, però, sbaglia la boccetta ed egli si ritrova trasformato in un asino. L'iniziazione non può essere delegata ad altri!

Da quel momento, cominciano le sue peripezie, che sono altrettante storie, incatenate l'una nell'altra, che segnano il suo peregrinare nel mondo. Lucio è un asino che non perde del tutto le sue caratteristiche umane: per esempio, può ascoltare e vedere ciò che accade intorno a lui e raccontarlo.

Da un'avventura all'altra, quasi senza rendersene conto, egli compie la propria parziale e inconscia formazione, attraverso il dolore e la sofferenza, sue e degli altri in cui s'imbatte. La grande spiritualità non si può raggiungere a buon mercato, con qualche formuletta new age. La condizione asinina, (la stessa che secoli dopo Collodi immortalerà in Le avventure di Pinocchio), è il punto massimo di caduta, prima di poter di nuovo riconquistare la condizione umana. Quella dell'asino-Lucio è dunque una quest, cioè un viaggio iniziatico, che gli permetterà - alla fine - di potere entrare nel cerchio degli adepti del culto di Iside: sarà questo il tema dell'epilogo, che Apuleio aggiunge alla trama del canovaccio di origine greca.

Lucio e Cupido hanno, in ogni momento, un'attitudine calcolante, che spesso, tuttavia, nasce da un pensiero fisso, oppure, nel caso del primo, nel cercare di sfruttare in modo opportunistico la situazione. Sembrano mancare entrambi di pensiero laterale. Inoltre, agiscono sempre d'istinto, come Pinocchio mellenni dopo: i loro propositi si scontrano sempre con qualcosa di estemporaneo che li devia dalla strada intrapresa.

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Contropiano dalle cucine. Quarant'anni per (non) pensarci. Seconda parte PDF Stampa E-mail
Domenica 07 Febbraio 2016 10:36

di Deborah Ardilli

La seconda parte del saggio che qui proponiamo dà conto di quanto le attuali tematiche  della cura e della teoria del gender siano debitrici alle analisi e alla teorizzazione dei Gruppi di Lotta Femminista degli anni Settanta.

The second part of the essay here published, shows how much the present themes of “Care” and “Gender Theory” are debtors to the analyses and to the theories elaborated by the Groups of Lotta Femminista during the '70s, in the past century.

In riferimento alla rivendicazione salariale, viene ribadita la crucialità di un punto connesso alla necessità di denunciare l’assegnazione femminile al lavoro domestico, anziché di intestarsela come principio di autovalorizzazione da premiare con una gratifica alla produttività:

'Salario al lavoro domesticoì' significa che il capitale dovrà pagare per l’enorme quantità di servizi sociali che attualmente ricadono sulle nostre spalle. Ma la cosa 'più importante' è che chiedere salario per il lavoro domestico significa rifiutare di accettare questo lavoro come destino biologico. E questa è una condizione indispensabile per la nostra lotta. Niente, infatti, è stato tanto efficace nell’istituzionalizzare il nostro lavoro gratuito, la famiglia, e la nostra dipendenza dagli uomini, quanto il fatto che il nostro lavoro è sempre stato pagato non con un salario ma con l’ 'amore' [Federici 1975: 58]. 

Qui sta il nodo: la precedenza del politico sull’economico, il primato dell’agire sul beneficiare di risultati concepiti indipendentemente dai movimenti che potrebbero produrli. In altri termini: se l’aspetto più importante della richiesta di salario consiste nel prendersi a forza il tempo per la battaglia finalizzata a garantirselo; se ad essere decisivo è il gesto collettivo che interrompe il ciclo, mandando in frantumi la parvenza di naturalezza che impone di misconoscere la prestazione domestica come lavoro subordinato per riaffermarla come disposizione interiore preesistente alla norma sociale che la istituisce; se tutto questo è vero, ne discende che i rilievi avanzati a partire dal punto di vista della paga versata per continuare a svolgere i compiti di sempre mancano clamorosamente il bersaglio. Lo mancano, perché muovono dal presupposto che sia possibile strappare quei soldi allo Stato senza mettere in crisi i rapporti familiari e sessuali che istituzionalizzano, disciplinano e naturalizzano l’erogazione di lavoro gratuito. E lo mancano perché, tramite il riferimento a una battaglia ideologica di cui non colgono appieno il versante materiale, finiscono -nonostante i migliori propositi dichiarati- per abbracciare il paradosso di una politica femminista orientata a governare i propri effetti in modo che nulla di essenziale nella vita e nel modo di organizzarla cambi. È invece a quest’altezza, secondo le femministe del salario, che va individuato e aggredito quel nesso profondamente normante tra lavoro non retribuito, istituzionalizzazione del ruolo e sopravvivenza simbolica che una battaglia tutta centrata sul piano delle coscienze rischia invece di smarrire. Come sciogliere quel nodo, senza creare contestualmente le condizioni per una dimostrazione vivente della possibilità di sovvertire la norma?

Ma perché milioni di casalinghe non riescono a rifiutare o non vogliono rifiutare il lavoro domestico? Nostro compito è cercare di capire il perché di questo comportamento tenendo ben presente che 'le donne hanno sempre fatto bene i conti' per la loro sopravvivenza. A questo proposito è opportuno demistificare un’opinione corrente presso alcune donne del Movimento: cioè che le donne in generale si sposano, fanno il lavoro domestico, fanno i figli, perché non hanno ancora preso coscienza del ruolo che è stato loro imposto, del loro sfruttamento e della loro oppressione. Queste donne del Movimento ne deducono che compito del Movimento è dare battaglia su questa ideologia e far prendere coscienza anche alle altre donne del loro ruolo. Da qui a costruire un contro-ruolo, e poi cercare di imporlo alle altre donne, il passo è breve. Solo che questa sarebbe 'un’ennesima violenza' contro le donne stesse. Ma il problema, dal nostro punto di vista, non è quello di combattere un’ideologia e costruirne un’altra. Il problema è quello di costruire un’'alternativa materiale' in base alla quale le donne possano 'fare altri conti'. […] Non esiste lavoro più istituzionalizzato di quello domestico e conseguentemente non esiste ruolo più istituzionalizzato di quello femminile. Proprio perché  il lavoro domestico non è mai stato scambiato con un salario, le lotte su tutte le condizioni del lavoro domestico, private della base materiale indispensabile, la lotta sulla retribuzione, sono state più deboli. Conseguentemente noi donne siamo state 'straordinariamente congelate', istituzionalizzate, nella condizione di lavoratrici domestiche. Quante volte abbiamo detto, noi come tutte le femministe, che l’ideologia corrente vorrebbe far passare la donna non come una persona, ma solo come un ruolo, come un’istituzione? E quante volte però abbiamo ribadito che i padroni, per costruire questa ideologia, hanno dovuto negare anzitutto il lavoro domestico come lavoro contrabbandandolo come missione o espressione d’amore? [Collettivo Internazionale Femminista 1975: 25-27].

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