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Dopo il diluvio: discorsi su letteratura e arti
Premesse per una ridefinizione della poesia epica PDF Stampa E-mail
Aree tematiche - Dopo il diluvio: discorsi su letteratura e arti
Sabato 28 Febbraio 2015 17:27

di Paolo Rabissi

E’ possibile parlare nel nostro paese di una poesia epica contemporanea diversa da quella tradizionale? Se sì, che caratteri ha? E se sì ha senso chiamarla ancora epica o ha più senso sforzarsi di definire diversamente l’insieme di quei caratteri?

Is it possible, in nowadays Italy, to speak of a contemporary epic poetry different from the traditional one? And if yes: which are its features? Is it still meaningful to call it epic, or is it better to try to define in a new way the whole of these features?

Heutzutage in Italien, ist es möglich des eines neues epik Gedicht, zu sprechen? Ob die Antwort ist positiv, welche Merkmale hat sie? Habt er Sinn, epik Gedicht begrenzen, sondern neue Worte zu suchen?

Nell'immaginario comune la poesia epica è legata ad avventure straordinarie, conquiste di vette spirituali o materiali tra eroi ed eroine, guerrieri e guerriere, miti e riti e magari magie, mostri e conquiste di altri mondi.

A dirla tutta sembrerebbe che dell'epica siano in grado di dare una versione moderna solo i fumetti, il cinema, la televisione e i giochi elettronici: che non è poco! C'è un’intera galassia epica conquistata dai media e dal commercio.

La parola è compromessa, come tante. Ma a noi qui interessa in particolare il versante della poesia italiana. Depurata dalle incrostazioni ideologiche e mercantili è possibile oggi parlare di una poesia epica senza scomodare da una parte Iliade e Odissea o Ariosto e Tasso e dall'altra Walt Disney?

C'è spazio, c'è traccia nella modernità di una poesia epico-lirica che senza rinunciare alla nostra amata poesia lirica abbia anche un legame stretto con la Storia del nostro recente passato e con le convulsioni del nostro presente, caotiche ma anche ricche di patrimoni?

E’ possibile parlare nel nostro paese di una poesia epica contemporanea diversa da quella tradizionale? Se sì, che caratteri ha? E se sì ha senso chiamarla ancora epica o ha più senso sforzarsi di definire diversamente l’insieme di quei caratteri?

Nel mondo in cui viviamo l’aggettivo epico a cosa rimanda? Verrebbe spontaneo dire anzitutto all’infanzia e all’adolescenza. Cosa c’è di più epico del mondo dell’infanzia e dell’adolescenza?

Ma possiamo andare oltre con qualche risposta. Leggo sulla Treccani: “Nel linguaggio della critica letteraria contemporanea l’aggettivo ‘epico’ si usa talora in contrapposizione a lirico, per indicare una poesia di carattere oggettivo e narrativo: i poeti post-ermetici tendono a dissolvere il lirismo assoluto in un tono epico (il corsivo è mio)”.

La definizione è interessante per molti aspetti. Anzitutto perché afferma, quasi senza tema di smentita, che i poeti post-ermetici hanno oramai dissolto il lirismo nel tono epico. Che è un’affermazione abbastanza singolare vista l’iper-produzione di poesia lirica o sedicente tale attuale. E però non si può dire che non risenta di un certo clima che si è venuto diffondendo, nell’ultimo decennio in particolare, col rinnovarsi di una volontà poematica più marcata che nel passato e soprattutto con una diffusa, ma non molto dichiarata, propensione a un verso più limpido e narrativo. La definizione, con quel recupero del ‘tono epico’, fa piuttosto venire in mente che esso vive dentro di noi come un sottofondo primigenio, che per una serie di motivi consideriamo legato all’infanzia del mondo, sia storicamente – vedi appunto l’epica antica e quella medievale fino ad Ariosto, Tasso ecc. – sia perché è forte oggi la critica alla produzione di miti (eroici e/o eroicomici): ma anche qui occorrerebbe considerare che la produzione di miti è una costante dell’umanità, oggi più che mai nella versione di merce mediatica. Ma, riprendendo il discorso, possiamo dire che di tutto ciò che viviamo possiamo dare una versione epica, a tutto possiamo dare un tono epico. A dimostrazione che anche all’epica del quotidiano siamo sensibili, non fosse che ci appare perlopiù troppo infantile, arretrata, semplicistica, troppo facile. Essa confina, nella nostra sensibilità di adulti, con la mitomania. Di qui la necessità di venire a patti smorzando quanto di retorico e ridondante il tono epico può portare con sé. Per questo un poeta di oggi è armato di tutto punto per evitare queste derive e sta attento, anche nella tensione lirica, a evitare toni epici, salvo magari cadere nell’eccesso opposto.

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Scritture antipatiche 4. La 'madre meccanica' di Dolores Prato PDF Stampa E-mail
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Venerdì 27 Febbraio 2015 00:00

di Adriana Perrotta Rabissi

'Giù la piazza non c'è nessuno' il romanzo di Dolores Prato è un percorso di conoscenza di sé e di riconoscimento di un'infanzia. Fu quello 'stridio di elementi materni' che la resero straniera all'intero mondo nominato nella confusione di tre lingue diverse.

'Nobody is in the square', Dolores Prato novel, is a quest inside the self and of  recognition in an infanthood.  It was the screeech of motherly elements that made her a stranger in a world puzzled in three different language.

'Niemand war in dem Platz'. Dolores Pratos Roman ist einen Initiationsritus. Die Protagonistin erkennt seine Kinderheit, wann die Quietschen von mütterlischer Elemente in einem Fremder  haben Inhen verwandelt. Die Welt war für sie eine Durcheinander in drei Sprachen gesprochen.



Infanzia, lingua materna e lingue straniere sono gli assi portanti del romanzo autobiografico di Dolores Prato Giù la piazza non c’è nessuno; le oltre settecento pagine del racconto costituiscono un percorso di conoscenza di sé e di riconoscimento di persone, ambienti, oggetti e paesaggi frequentati da bambina, un viaggio in un territorio ricco di insidie, di esperienze dolorose, di ricordi incerti, compiuto attraverso le tre lingue conosciute nell’infanzia in conflitto dentro di lei, perché obbligate a sostituire l’unica lingua che avrebbe dovuto accompagnare la crescita della piccola Dolores, la lingua della madre, mancatale fin dalla nascita per l’abbandono materno.

Le tre lingue sono il dialetto di Treja, conosciuto quando aveva già cinque anni, la lingua della ‘cultura’, insegnatale a scuola e la lingua parlata in casa degli zii, che differisce alquanto da quella parlata dagli altri abitanti di Treia per questioni di cultura e di classe sociale. Nulla viene detto del periodo tra la nascita e i cinque anni, nessuna lingua e quindi nessun ricordo.

Il titolo del libro è tratto da una filastrocca con cui la intratteneva la tata, è un’opera singolare, pubblicata quando l’autrice era quasi novantenne, ma ridotta a un terzo dell’originale per ragioni di fruibilità dalla curatrice per le edizioni Einaudi, una scrittrice sensibile e attenta come Natalia Ginzburg.

Dolores rifiutò la mutilazione del suo romanzo, protestò e si affrettò a redigere un nuovo dattiloscritto, corredato di un’Appendice autobiografica, che dichiarò fermamente essere l’unico autorizzato.

Fu pubblicato nella sua integrità solo dopo la sua morte, avvenuta nel 1983.

Alle rimostranze rivoltele dal direttore dell’Espresso, che l’accusa di mostrare troppo rancore nei confronti di Ginzburg, risponde nel 1980:

"Alla Ginzburg sono sempre stata, lo sono e continuerò ad esserlo, gratissima. […] Lei ha sempre amato questo libro, con quelle manomissioni voleva renderlo più accessibile. Io salto i verbi come se qualcuno mi corresse dietro; i miei passaggi sono ponti levatoi mai abbassati; lei riduceva più intellegibile il mio modo di scrivere; ma io preferivo tenermi i miei difetti. Avevamo ragione tutte e due". (1)

Divenne subito un caso letterario, soprattutto in considerazione dell’età avanzata dell’autrice, il che oscurò, come osservò allora acutamente Lalla Romano, il valore artistico dell’opera.

Non era il suo primo romanzo, Prato, insegnante di liceo, studiosa di Dante e Leopardi, aveva passato la vita a collaborare a periodici culturali e a scrivere racconti e romanzi, dopo essere stata allontanata dall’insegnamento dalle leggi razziali, ma questo è senz’altro la sua opera più importante.

La scrittura è marcata da scelte lessicali anomale, molti sono i neologismi formati da intrecci di parole tratte dalle sue tre lingue.

Nel racconto abbondano elenchi di piante, fiori, animali, descritti con puntiglio catalogatorio, liste di oggetti di uso quotidiano, nonché descrizioni di paesaggi e di persone, adulte e bambine/i, tutti elementi collegati a episodi particolari della sua vita di bambina, parole che attivano i ricordi, momenti di improvvisa illuminazione, di paura, di gioia, di sofferenza, di speranza, di illusione e delusione.

L’affastellarsi di parole- immagini serve a Prato per evocare e rappresentarsi la propria infanzia, segnata irrimediabilmente dal marchio dell’abbandono materno.

Chi legge è coinvolto/a nella ricerca dell’autrice, che tiene a bada in questo modo il pericolo di smarrimento soggettivo indotto dal sentimento di inappartenenza e di mal-aimé provocato dall’esclusione dalla famiglia di origine, osserva l’autrice nell’Appendice:

“Non mi fu dimostrato amore, non imparai a dimostrarlo. Ho diffidato dell’amore dopo, perché non lo ebbi allora”. (2)

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Di amore, di guerra, di miti. PDF Stampa E-mail
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Mercoledì 24 Settembre 2014 14:31

di Franco Romanò

La concezione dell'amore in Occidente nasce dal mito di Tristano e Isotta oppure da quello di Amore e Psiche?

The western conception of love was born from the myth of Tristano e Isotta or from the myth of Eros and Psiche?

Amor und Psiche oder Tristano und Isolde? Welchen von beiden Mythos sehr wichtig ist für die Weste conzeption von  Liebe?

Il testo qui pubblicato è l'introduzione a un lavoro più ampio che in origine avrebbe dovuto essere un libro. Le difficoltà editoriali attuali mi hanno scoraggiato dal tentare quella strada, ma alla scelta definitiva sono arrivato anche per una considerazione di tipo diverso. Ho cominciato a scrivere di questi argomenti sull'onda dei dibattiti che abbiamo fatto spesso in redazione, in particolare quando ci siamo occupati di Patriarcato. Mi è parso evidente, da un certo momento in poi, che Overleft sia la collocazione naturale di questo mancato libro e l'ho proposto alla redazione. Questa è dunque la prima parte, altre ne seguiranno.

Nel 1938, un filosofo e scrittore svizzero cosmopolita, cominciò a scrivere un libro che sarebbe stato editato nel 1939, un testo che certamente il suo autore covava da tempo, ma che sembra venire alla luce nel momento più anacronistico. L’Europa è già sconvolta e lo sarà ancora di più in pochi mesi. Ebbene, in uno scenario come quello, Denis de Rougemont pubblica L’amore e l’Occidente!

Lo scrittore cristiano protestante, peraltro, non era affatto un pensatore avulso dalle problematiche del presente: anzi, condivideva tutte le angosce del momento. Egli, infatti, conosceva bene l'Europa, aveva lavorato a Parigi e a Francoforte, vedeva le cose da vicino e ne coglieva tutta la tragicità; ancor più, era convinto che il totalitarismo nazista sarebbe dilagato senza tener conto dei confini, dunque avrebbe potuto benissimo non rispettare la neutralità elvetica. De Rougemont partecipò con diverse iniziative editoriali alla lotta antifascista, fino alla costituzione del gruppo del Gottardo, con l’intento di contrastare i fascismi in tutta Europa e, quando il governo elvetico cominciò a temere per la sua sicurezza personale, gli consigliò un temporaneo esilio negli Usa.

L’amore e l’occidente sembra del tutto fuori posto, eppure sarà un libro decisivo, anzi, imprescindibile per chi voglia - anche oggi - dedicare la propria attenzione al tema in oggetto, ma anche per comprendere quale nesso, secondo il suo autore, esisteva fra gli avvenimenti in corso quando lo scrisse e il sentimento amoroso, che appare ad essi il più lontano.

Il testo dell’autore elvetico è una storia della concezione dell'amore, come si è venuta formando nei secoli, nella porzione di mondo che definiamo convenzionalmente occidentale (anche se i riferimenti agli Usa sono limitati alla produzione cinematografica e a poco altro) e potrebbe sembrare, a prima vista, solo l’ultimo di una serie di libri che, a partire da Il tramonto dell’Occidente di Spengler (1910), per passare da altre riflessioni sulla decadenza dello spirito europeo (provenienti sia dalla cultura di destra, sia di sinistra – Ernst Jünger e Antonio Gramsci, tanto per citare due nomi celebri), sembra trovare nella seconda e definitiva tragedia di una nuova guerra, il suo compimento.

Il libro è anche questo, ma non si può fare a meno di notare la sua eccentricità e ancor più la sua novità, perché quella di de Rougemont è un’analisi che intreccia filosofia e storia, mito, poesia, narrativa e antropologia. Oggi tale trasversalità e interazione fra discipline e saperi diversi è ovvia, ma non lo era affatto allora e anche per questo fu un testo accolto con molte polemiche. Ambivalente nei confronti della psicoanalisi, L’amore e l’occidente è un affresco plastico e imponente, un’indagine, tratteggiata da un uomo che cerca una verità difficile da trovare nel momento più grave della storia europea del secolo scorso ed è, come afferma Armanda Guiducci nella sua bellissima introduzione, un libro tragico 1 perché la tesi di fondo dell'autore è che un mito di morte e una pulsione di morte (termine che forse non farebbe del tutto piacere a de Rougemont) sono alla base della concezione occidentale dell’amore.

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Lisistrata e Aristofane, poesia e Patriarcato. PDF Stampa E-mail
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Mercoledì 24 Settembre 2014 13:19

di Paolo Rabissi

In una lettura moderna ma non convincente la figura di Lisistrata è stata reinterpretata come protofemminista. Il breve saggio mostra quanto essa sia invece interna alla dialettica patriarcale.

Lisistrata has been interpreted as a proto-femminist character, but this point of view is not persuasive. On the contrary, the following short essai shows how she is inner to the Patriarchal dialectic.

Manchmal, Lisistrata als eine Frauenrechtlerin ausgelegen ist. Die kurze  Profung zeigt, dass Sie innere die patriarchalische Dialektik ist.

Non si può non restare sorpresi nell’imbattersi nell’ennesima prova di quanto la nostra cultura sia un’articolazione di quella greca classica. E tuttavia la lettura dei classici è sempre a rischio di tentativi o dettati dall’ignoranza o da interessi commerciali. Lisistrata in una lettura moderna ma non convincente è stata reinterpretata come protofemminista. Ma Aristofane non potrebbe essere più lontano da simili prospettive. E non perché invece è maschilista (e neanche perché, più verosimilmente, fosse misogino, che in certi casi è pure da capire) ma perché al contrario è portatore assolutamente organico del Patriarcato: che proietta fino a noi la codificazione irrigidita dei ruoli tra maschio e femmina, cosa che a sua volta in tempi bui genera fondamentalismi (il possesso e la violenza sul corpo delle donne) e in tempi favorevoli genera l’emancipazionismo, il quale per se stesso non modifica la sostanza del Patriarcato, anzi lo rinforza, così come la fine della schiavitù negli USA rinforzò il sistema della fabbrica industriale.

Insomma nel quinto secolo a.c. (Lisistrata viene rappresentata per la prima volta nel 411, duemilaquattrocento anni fa!) il Patriarcato è già al suo top nella società greca tanto che un  sistema culturale che lo riflette può esprimersi al massimo grado nel teatro. Lì nella commedia di Aristofane i ruoli sono così vivi che ormai nessuno mette in dubbio che non siano ‘naturali’, nessuno sa più che sono nati da una ipotesi di lavoro, da una divisione dei compiti indubbiamente utile e resa necessaria per la sopravvivenza di un ordine sociale e finita poi nella fossilizzazione di un potentato e di un asservimento. Così l’uomo diviene e resta per i secoli in sostanza il guerriero cacciatore e protettore e la donna la casalinga che ama i buoni sentimenti e la pace.

Lisistrata occupa l’acropoli con le donne ateniesi e spartane e le invita a sacrificare il proprio desiderio sessuale sottraendosi all’intimità con i propri uomini: costoro, sostiene, per riottenerla saranno più disposti a concedere quanto sta a cuore a Lisistrata, cioè la dichiarazione di pace tra ateniesi e spartani (siamo in piena guerra del Peloponneso). Già per se stessa l’idea della donna portatrice irenica di pace e dolcezza è una delle mitizzazioni maschili più note. Ma è interessante rilevare altro nella commedia.

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Intervista a Derek Walcott PDF Stampa E-mail
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Lunedì 03 Marzo 2014 00:00

L'intervista al Nobel della letteratura Detrek Walcott, che riproponiamo su OL, risale al 2000 e fu pubblicata sulla rivista Poiesis nel 2001. Lettori e lettrici giudicheranno della sua attualità.

Franco Romanò:

Signor Walcott, in un'intervista rilasciata al quotidiano 'II sole 24 ore' lei affermava che solo gli artisti mediocri hanno paura di avere dei maestri. Vorrei cominciare da questo perché il Novecento europeo è stato il secolo dell'originalità aDerek Walcott tutti i costi...

DEREK WALCOTT:

Può precisare meglio a quale periodo e a quali autori si riferisce?

FR

Penso a tutto ciò che è avvenuto negli ultimi dieci anni dell'800 e i primi venti del '900 in Francia, in Italia, in Gran Bretagna e poi penso a movimenti come 'Dada' e a quello che ne seguì anche in termini di imitazione...

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'La camera da letto' di Attilio Bertolucci. L’epica del quotidiano nel secondo Novecento. PDF Stampa E-mail
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Mercoledì 10 Luglio 2013 19:58

di Paolo Rabissi*

 

Attilio Bertolucci, sulle orme di Proust, recupera in 'La camera da letto' la memoria del suo passato e ce la consegna in un romanzo in versi. Un verso meticcio, che non rinuncia a slanci epico-lirici pur dentro la prosa quotidiana del vissuto. Un poema che chiude il secondo Novecento in anticlimax per l'amore sconfinato verso la vita, verso la luce del sole che fa brillare i mucchi d'immondizia nelle città e fa di rame e d'oro il letame nella campagna.

Attilio Bertolucci, sulle orme di Proust, recupera in 'La camera da letto' [1] la memoria del suo passato e ce la consegna in un romanzo in versi. Un verso meticcio, che non rinuncia a slanci epico-lirici pur dentro la prosa quotidiana del vissuto. Un poema che chiude il secondo Novecento in anticlimax per l'amore sconfinato verso la vita, verso la luce del sole che fa brillare i mucchi d'immondizia nelle città e fa di rame e d'oro il letame nella campagna.

Attilio Bertolucci, following Proust, recorversin La Camera da letto the memory of his past and he presents it as a novel written in verses. A mestizo verse that does not abdicate from epic lyric abandons rooted into the prose of dayling living.

Mit 'La camera da letto', Attilio Bertolucci, als Proust, nachholt die Erinnerung seines Vergangenheit und er anvertrauert sie uns in einem Roman, in Versen geschrieben. Sein Vers verzichtet nicht auf  lyrischen Schwung.


In un articolo, apparso nel lontano 1954 sulla ‘Gazzetta di Parma’ [2] intitolato ‘Il libro per la sera’,  Attilio Bertolucci confida al lettore l’abitudine antica e amatissima di portarsi un libro in ‘camera da letto’, la sera, ‘per una lettura intima, che consoli della giornata finita e aiuti contro la notte imminente’. Il libro per le sere della sua lunga infanzia e adolescenza, confessa poi, è stato quasi esclusivamente un romanzo, anzi ‘il’ romanzo, La ricerca del tempo perduto di Marcel Proust, tanto che Bertolucci, in chiusura di articolo, si sente in dovere di giustificare la mancata citazione di ‘almeno un libro di versi’. E, proprio ragionando sulla poesia, il poeta conclude con una nota su di essa: privilegio supremo della poesia, insieme alla musica, è quello di donare una ‘sequenza di versi incorruttibili e indistruttibili’ che rappresentano una ‘gioia per sempre incarnata in noi sino alla morte’.

La lunga operosa fatica del poeta del ‘romanzo famigliare in versi’, che durerà trent’anni, dal 1957 al 1988, anno della pubblicazione delSchermata_2013-07-15_alle_11.34.22 secondo e ultimo libro col titolo ‘La camera da letto’, sembra possedere in sé la strenua volontà di donare al lettore italiano di fine novecento quella sequenza di ‘versi incorruttibili e indistruttibili’ che, calati nella forma del poema epico-lirico, vadano ad aggiungersi,
romanzo tra i romanzi, al ‘libro della sera’.

‘Che consoli della giornata finita e aiuti contro la notte imminente’.

Che conforti, rammemorandola, della frazione di vita irrimediabilmente trascorsa e conceda di prolungare il tempo della luce fino a  sporgersi nel territorio della notte.

Il dono di una poesia che consoli dell’impossibilità di arrestare il Tempo.

Il poeta, nel dire il proprio personale romanzo in versi (con al centro se stesso e i propri affetti familiari), non potrà che avere il tono dolente, armato di pietas, di chi, consapevole della caducità della condizione umana, osserva compiersi il proprio destino in un processo inarrestabile.  Il tono della voce dovrà evitare strilli o acuti affinché il sentimento inconsolabile della fine di una giornata, e dell’avvento della morte apparente del sonno, non finisca col cedere alla disperazione; dovrà quella voce echeggiare piuttosto che rimbombare, scaldare piuttosto che bruciare. Sarà una voce cordiale, colloquiale, intima. Che riuscirà però a dire l’inesauribile amore per la vita, la luce, la poesia. In questo modo quella voce consolatoria riuscirà a ingannare la notte prolungando la luce ravvivandola proprio nel momento in cui la carne sta per cedere all’abbraccio del sonno. Saprà accompagnarci sin oltre le soglie del buio.

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Il precario e la poesia, Giacomo Leopardi alle dipendenze dell’azienda libraria A. F. Stella e figli PDF Stampa E-mail
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Venerdì 11 Gennaio 2013 09:52

di Paolo Rabissi

Tra l'estate del 1825 e l'autunno del 1828 Leopardi, a Milano prima e a Bologna poi, traduce classici latini e greci, commenta e antologizza classici italiani, corregge bozze, tiene corrispondenza con studiosi, cura annunci pubblicitari. Ha un contratto sulla fiducia ma guadagna abbastanza per mantenersi libero dalla famiglia e da Recanati.

Between the summer of 1825 and the Autumn of 1828, Leopardi, at first in Milan, later on in Bologna, translates Greek and Latin classics; furthermore, he comments and edits anthologies of Italian classics, is in correspondence with many scholars and edits advertisements. He has a contract based on trust, but he earns enough money to get free form his family and Recanati.

Zwischen dem Sommer des Jahres 1825 und dem Herbst des Jahres 1828 übersetzt Leopardi, zuerst in Mailand und dann in Bologna, lateinische und griechische Klassiker, erläutert und anthologisiert italienische Klassiker, korrigiert Entwürfe, unterhält Korrespondenz mit Gelehrten und gibt Werbeanzeigen heraus. Er hat einen Vertrauensvertrag, verdient jedoch genug, um unabhängig von der Familie und Recanati für seinen Unterhalt zu sorgen.

Milano. Un nobile spiantato.

Nobile spiantato com’era, dato che né mamma Adelaide né papà Monaldo era disposti a investire denaro su di lui e sulle sue competenze letterarie, Leopardi aveva solo un’opzione davanti a sé: trovarsi un lavoro (scandalizzando la famiglia nobile) col quale sfuggire alla morte per asfissia in Recanati e mantenersi (provvedersi, diceva lui). Labiblioteca_di_babele_escher meta, già ai suoi tempi, era obbligata: Milano. A Milano c’era l’azienda libraria di Antonio Fortunato Stella, dove sia Giacomo che Monaldo si rifornivano di libri. Quando Leopardi, proveniente da una sosta felice d’incontri a Bologna, scende in contrada S. Margherita a Milano, la contrada dei librai milanesi, dove anche Antonio Fortunato Stella ha casa e bottega, siamo nel luglio del 1825.

Nel contesto di uno sviluppo ancora artigianale, l'azienda di Stella è una delle più accorte e floride.

Personalmente Antonio Fortunato Stella si presenta come mercante di libri ma ha l'anima dell'organizzatore culturale; non gli manca una certa educazione letteraria per cui non ha timori reverenziali coi letterati; ha fama di duro e di spilorcio: molti si lamentano per lavori non pagati; e come tutti i librai-editori è sempre lui a decidere cosa si deve pubblicare, guidato dal suo fiuto ma anche dalla sua sensibilità. Sfrutta oculatamente il sistema delle associazioni, per il quale si procede alla stampa di un'opera annunciata solo se vengono, preventivamente, assicurate sottoscrizioni sufficienti a coprire le spese e garantire un certo profitto. Impiega una certa quantità di denaro in pubblicità. Si accapiglia con gli altri librai-editori per difendere la priorità d'una iniziativa editoriale perché, mancando una convenzione sul diritto di stampa e d'autore, finisce spesso che sul mercato compaiono edizioni pirata e simultanee della stessa opera, soprattutto se si tratta di un genere che tira.

Pubblica raccolte di classici latini e greci e naturalmente italiani; è presente sul mercato con una «biblioteca amena ed istruttiva per le donne gentili» impostata con criteri di lusso, nella quale riesce ad impegnare letterati di alta reputazione come Francesco Ambrosoli, Antonio Cesari, Niccolò Tommaseo e poi anche Leopardi; impresa fortunata quella e forse uno dei primi esempi di collana caratterizzata dal pubblico destinatario. Pubblica un giornale, «II Nuovo Ricoglitore».

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Una panoramica sulla poesia a Berlino e in Germania PDF Stampa E-mail
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Venerdì 13 Luglio 2012 00:00

di Alessandra Pugliese

Una panoramica sulla poesia a Berlino e in Germania

An overview of the poetry in Berlin and  Germany

Ein Überblick  der Poesie aus Berlin und Deutschland

Sembrano essere anni favorevoli per la poesia in Germania, tanto che il Frankfurter Allgemeine Zeitung ha dedicato un articolo, l’ otto giugno 2011, alla rinascita di una nuova fase poetica nel paese, celebrando un vero è proprio boom poetico ed esaltando la vivacità e la versatilità delle voci poetiche attuali. Soprattutto a Berlino si è venuta a creare una scena poetica stabile che fa parlare di sé. Accanto a nomi diventati importanti quali Durs Grünbein, Lutz Seiler, Elke Erb, Michael Lentz, se ne fanno strada molti altri come Ann Cotten, Steffen Popp, Marion Poschmann, Daniel Falb, Jan Wagner, Uljana Wolf, Nico Bleutge. La lista della nuova generazione di poeti è lunga, ma la maggior parte di loro hanno un comune denominatore, ossia quello di operare in una città “in movimento”: Berlino.

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Di corpi, di versi: l’affollata solitudine di PierPaolo Pasolini PDF Stampa E-mail
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Venerdì 13 Luglio 2012 00:00

di Paolo Rabissi (*)

La parabola della vita e del verso di P.P.Pasolini dentro la solitudine.

The parable of P:P.Pasolini's life and verse  inside his loneliness.

Die Parabel des Lebens und des Verses in der Einsamkeit von P.P. Pasolini.

Ginnasio-Liceo Alessandro Manzoni di Milano. L’anno il 1957, o il ’58.

Venivo dalla provincia. Mi sembrò una buona idea quella di entrare un giorno in classe con Ragazzi di vita in mano. Non avevo nell’animo nessuna volontà di provocare un bel nulla, mi sembrava che potesse essere un viatico buono per essere accolto tra i miei coetanei, tutti figli della borghesia buona milanese. La futura classe dirigente, ripeteva il preside. In mezzo alla quale ero straniero per troppi aspetti. Cercavo accoglienza, tra i compagni di classe di Milano. Non era forse la grande e moderna Milano, la città dove le cose succedevano, la città sempre in anticipo sui tempi? E non era forse quella la scuola dove ci si educava alle umane letture? ‘Ah, il romanzo di quel culo…’, mi risposero ghignando in due o tre, un po’ goliardi ma di radici ben interrate, proprio quelle che non avevo io.‘Quel culo’, con i suoi borgatari, da lui percepiti e descritti come sradicati millenari, parlava in qualche modo a me ma non a loro. Pensai a Pasolini uomo forse per la prima volta, fin lì per me era solo l’autore di un breve romanzo che amavo. Pensai per la prima volta alla sua solitudine e ripensai alla mia, alla difficoltà di essere accolto, come profondamente desideravo.

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Il mondo in una stanza. La poesia di Marianne Moore. PDF Stampa E-mail
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Venerdì 11 Novembre 2011 00:00

di Laura Cantelmo

Schiva e poco propensa alle esibizioni pubbliche, sapeva tuttavia essere ironica e molto disponibile verso chi si rivolgesse a lei per un consiglio, come avvenne ad Allen Ginsberg e ad altri poeti, tra cui Wallace Stevens,  con i quali intrattenne un fitto epistolario La sua unica raccolta è intitolata semplicemente Poesie.

Poetessa statunitense vissuta nella prima metà del XX secolo, vicina al Modernismo di Eliot e Pound. Nella sua poesia estremamente originale e fuori dagli schemi, sia come tematiche che come versificazione, si trovano animali rari ed esotici, maschere di una personalità dalla grande sensibilità etica, legata alla religione presbiteriana.Schiva e poco propensa alle esibizioni pubbliche, sapeva tuttavia essere ironica e molto disponibile verso chi si rivolgesse a lei per un consiglio, come avvenne ad Allen Ginsberg e ad altri poeti, tra cui Wallace Stevens, con i quali intrattenne un fitto epistolario La sua unica raccolta è intitolata semplicemente Poesie.

Mi piace immaginare Marianne Moore ancora tra noi, nel suo appartamento di New York invaso dai libri, affacciato su una  strada alberata, vicino al ponte di Brooklyn. L’appartamento un po’ buio è in Cumberland Road, a pochi passi  da una drogheria  e da una chiesa presbiteriana. Questo lo scenario in cui si svolse nel 1960  l’intervista  per “The Paris Review” (1). che ci restituisce  un ritratto vivido e indimenticabile, da cui Marianne, uno dei monumenti della poesia del ‘900 statunitense, emerge nella semplicità, nella banalità, si può dire, dell’esistenza quotidiana, ma anche nell’intelligenza, nell’ironia, nell’assoluta naturalezza dell’eloquio.

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Scritture antipatiche 1.Le bambine di Alice Ceresa PDF Stampa E-mail
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Venerdì 11 Novembre 2011 00:00

di Adriana Perrotta Rabissi

Alice Ceresa, scrittrice eccentrica sia per vita che per scrittura, in un suo romanzo dal titolo Bambine analizza in modo lucido e ironico i ruoli, nella loro codificazione istituzionale, interni alla famiglia, svelandone la natura di gabbia immobilizzante e, alla lunga, distruttiva per adulti e bambini.
In questo articolo si dà un breve resoconto della sua passione per la scrittura e inoltre una lettura del romanzo in questione.

Alice Ceresa, scrittrice eccentrica sia per vita che per scrittura, in un suo romanzo dal titolo Bambine analizza in modo lucido e ironico i ruoli, nella loro codificazione istituzionale, interni alla famiglia, svelandone la natura di gabbiaAlice Ceresa immobilizzante e, alla lunga, distruttiva per adulti e bambini. In questo articolo si dà un breve resoconto della sua passione per la scrittura e inoltre una lettura del romanzo in questione.

Virginia Woolf nel saggio Una stanza tutta per sé affronta il tema del rapporto tra donne e  letteratura analizzando le opere di alcune autrici inglesi. La conclusione del saggio, costituito dal testo di due conferenze, la conosciamo: è necessaria prima di tutto l’autonomia economica (una rendita anche minima, e una stanza con serratura e relativa chiave, così che possa essere chiusa dall’interno) “per raggiungere quella libertà intellettuale dalla quale nascono le grandi opere”.

Solo con l’autonomia economica, dunque, si potrà disporre dell’indipendenza di giudizio che, insieme alle capacità e sensibilità necessarie a qualunque artista, donna o uomo che sia, permette ad una mente umana di “consumare tutti gli ostacoli” fino al loro dissolvimento, per divenire "incandescente".

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Di amore, di guerra e di miti: seconda parte. PDF Stampa E-mail
Aree tematiche - Dopo il diluvio: discorsi su letteratura e arti
Mercoledì 18 Febbraio 2015 10:14

di Franco Romanò

Nella seconda parte del saggio, riflettendo sulla vicende di Amore e Psiche, vengono evidenziati i modi diversi in cui la psicologia maschile e quella femminile si avvicinano all'amore. Al tempo stesso, si mette in evidenza come il mito sia più flessibile rispetto alle codificazioni patriarcali dei ruoli maschili e femminili.

In the second part of the essay, attesting to the story of Eros and Psyche, are focused the different psychological ways of approching love, by male and female subjects. Meanwhile, the essay shows how myhts are in general more flexible than the patriarchal codifications of sex roles between men and women.

In dem  zweitem Teil Werks,  man bestätiget, dass die Geschichte Amors und Psyches die verschiedene Weise sich nähen zum Liebe zwischen Männer und Frauen, erklärt ist. Außerdem, sind  Mithos mehr flexibel als die patriarchalischer Starrheit Männers und Frauens Rollen.

Amore e Psiche
Lasciamo per il momento l'opera principale di Apuleio e soffermiamoci sulla vicenda dei due giovani amanti.

Psiche è la terza figlia di un Re e di una Regina: le due sorelle maggiori sono già maritate. Lei, invece, non riesce a trovare uno sposo perché la sua bellezza incute timore e soggezione. La fama di questa giovane donna leggendaria si sparge ovunque e travalica i confini terrestri, giungendo alle orecchie di Venere, la quale se ne duole assai. La motivazione che la dea usa per nascondere la propria gelosia è molto intelligente: rimprovera agli umani la mancanza di senso del limite perché una mortale, non può competere in bellezza con una dea, tanto meno con la dea della bellezza!

Afrodite, allora, mostra la giovane donna al figlio Cupido e gli ordina di colpirla con le sue frecce, facendo in modo che s'innamori di un uomo abbietto e di infimo grado sociale.

Peraltro, la ragazza era già a conoscenza del suo destino, non proprio luminoso, poiché la famiglia, preoccupata dalla mancanza di corteggiatori della bellissima figlia, si era premurata di consultare l'oracolo, il cui responso era stato questo:

Sul picco alto di un monte, esponi, o re, la ragazza,

come si addice, abbigliata a nozze che danno la morte.

E non sperare in un genero nato da stirpe mortale,

ma attendi un mostro crudele, feroce e con volto di serpe,

il qual, volando per l'etra, ogni animale molesta,

e impiaga col ferro e con fuoco ogni creatura vivente.

Sin Giove lo teme, che pure ispira terrore agli dei

e i fiumi l'hanno in orrore e i regni oscuri d'Averno. (5)

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Scritture antipatiche 3. La “luce di infanzia e di fiaba” di Cristina Campo PDF Stampa E-mail
Aree tematiche - Dopo il diluvio: discorsi su letteratura e arti
Mercoledì 24 Settembre 2014 13:59

di Adriana Perrotta Rabissi

Continua l'indagine sul perché certe scritture di valore, molto apprezzate da una ristretta cerchia di estimatori e estimatrici, siano perlopiù trascurate dalla comunità dei critici e delle critiche e ignorate da lettori e lettrici. Perché in qualche modo risultano antipatiche alla lettura. Questa volta tocca a Cristina Campo.

With the following essai, the author continues the report on some literary writings that, in spite of the high consideration that many critics attribute to them, are not universally appreciated because the style is not considered reader friendly. In this essay, Cristina Campo is on the stage.

Die Verfasserin forsetz die Analyse von anderes literarisches Werkes, das viele Kritiken super alten. Dagegen, das Publikum oft Würdigst nicht diese Werke weil sie mit einem schwierigem still geschrieben sind.


La scrittura di Cristina Campo (Vittoria Guerrini, 1923-1977) è una scrittura perfetta, per l’eleganza dello stile, la sobrietà, la complessità dell’argomentazione e dei temi, celata da un’apparente semplicità; proprio nella scrittura Campo

cerca la perfezione, eppure la vicenda della sua fortuna presso ctitici/che e lettori/trici la assegnano di diritto al campo che definisco delle  “scritture antipatiche”, nel senso che sono poco frequentate dalla comunità dei lettori e delle lettrici, trascurate da quella dei critici, anche se riconosciute come scritture di valore.

Molte le ragioni del disamore diffuso nei suoi confronti, a cominciare dalle sue scelte di vita: l’adesione giovanile al fascismo, mai rinnegata o messa sotto critica, la tensione antimodernista e antilluminista, l’avversione nei confronti dell’industria culturale, il contrasto esplicito nei confronti dell’egemonia intellettuale del suo tempo, protesa ad un realismo costruttivo, la deriva verso un misticismo che la porterà a rifiutare le aperture del Concilio vaticano II verso la modernizzazione della chiesa e della liturgia.  Negli ultimi anni della sua vita, tormentata dalla malattia, si schiererà con i lefèbvriani in difesa della tradizione liturgica, e frequenterà  -anche se saltuariamente- ambienti reazionari.

Infine, ma non meno importante, la strumentalizzazione della destra, che ne fa una bandiera, mentre, se è vero che durante la sua vita non si dissocia mai dai suoi entusiasmi giovanili verso Mussolini e il fascismo, neppure si schiera mai politicamente, almeno pubblicamente, inoltre assume lo pseudonimo di Campo, con il quale è conosciuta –lei, che nei suoi scritti usò numerosi pseudonimi-, in riferimento ai campi di concentramento, che in tal modo vuole ricordare.

Credo però che, a parte questi dati della vita, sia stata la visionarietà della scrittura, concentrata sul mistero della vita, del sacro, della morte, in un’epoca “post-diluviale”, come lei stessa definisce la sua contemporaneità, a alienarle non poche simpatie, anche da parte di chi non poteva non apprezzare la sua sensibilità poetica e la forma particolare di scrittura, diamantina.

 

Afferma nel suo scritto Il flauto e il tappeto:

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Troviamo le parole PDF Stampa E-mail
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Lunedì 03 Marzo 2014 00:00

di Laura Cantelmo

Ingeborg Bachmann – Paul Celan , Troviamo le parole, Lettere 1948-1973, nottetempo, Roma 2010

Due poeti, Paul Celan (1920-1970) e Ingeborg Bachman (1926-1973), due amanti, che hanno fatto delle parole la loro ragione di vita. La loro relazione, nata nel 1948, è in gran parte di carattere epistolare e procede in un'alternanza di strappi e riconciliazioni. Talvolta parole inadeguate interrompono il flusso delle emozioni e dell'affetto, e tra loro piomba il silenzio. Ogni amore a distanza si nutre principalmente di parole, che possono trasformarsi in armi subdole e devastanti. I due amanti ne cercano altre e altre ancora, per medicare l'errore, per cancellare il malinteso, per curare le ferite che nell'amore cercavano lenimento.

La pubblicazione in italiano del loro epistolario costituisce un documento di grande intensità umana, confermando lo spessore artistico e speculativo di due persone i cui sentimenti sono stati profondamente segnati dalla storia del loro tempo.

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La profezia come genere letterario PDF Stampa E-mail
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Mercoledì 10 Luglio 2013 19:51

di Franco Romanò

La profezia diventa sempre più genere letterario. L'utopia, sua moderna sorella, si trasforma nel Novecento in distopia cioè in utopia negativa mentre collassa il comunismo primo tentativo della Storia di un regno di Dio nell'al di qua. Che ne sarà nel futuro?

Bruegel, Il trionfo della morte, particolare

Profecy becomes more and more a litterary genre. Utopia, her modern sister, transforms itself (during the twenty century) into distopy, while communism, the first attempt to build the Paradise on the earth, collapses. What does happen in the future about it?

Die Prophezeiung ist ein literarisch Geschlecht. Die Utopie, der Prophezeiung die moderne Schewester, verendernet sich auf  die negtive Utopie, um '900, während der Kommunismus, der erste Versuch ein Paradies über die Erde erbauen, ist kaputt. Was sein wird ins Futur?

Introduzione

Quello profetico è sempre stato un genere letterario, anche quando – alle sue origini - prevaleva il suo contenuto religioso e visionario. La stessa Apocalisse di Giovanni nasce in un humus culturale pronto ad accoglierla e prima della sua ci sono le Apocalissi di Geremia e di altri. L'evoluzione nei secoli del genere profetico apocalittico ha dei risvolti assai interessanti, ma vorrei concentrarmi in particolare sulle trasformazioni nella modernità, che precipitano, nel secolo scorso, in una serie di opere emblematiche, molte delle quali appartenenti alla letteratura anglo-statunitense. La profezia perde sempre più il suo senso escatologico e religioso, per divenire opera visionaria, ma la vera e più profonda trasformazione è un'altra: mentre alle origini e pur passando attraverso visioni catastrofiche, le apocalissi promettevano la salvezza alla fine di immani sofferenze, nella modernità si afferma sempre più la distopia e cioè l'utopia negativa.

La svolta, nella storia della letteratura occidentale, avviene con L'Utopia di More, perché in essa compare per la prima volta l'idea che il riscatto dell'umanità non debba per forza avvenire alla fine dei tempi e quindi in una dimensione escatologica e metastorica, ma dentro la storia. Certo il luogo dell'isola che non c'è sembra rimandare all'indefinito, ma bisogna considerare pure che a metà del 1500 la Terra non era stata ancora del tutto esplorata.

 

Mito, profezia, utopia

Esiste affinità fra mito, profezia ed utopia? Se si risale alle origini dei primi due termini no; eppure, se si rilegge il testo di Thomas More alla luce delle passioni che ha suscitato nei secoli, allora si può a buon diritto parlare dell'utopia come di un vero mito della modernità, che ha spinto singoli individui e comunità, classi sociali e popoli a credere di potere realizzare il paradiso in terra e quindi attuare nella storia quello che la profezia rimandava nell'aldilà del tempo storico. Naturalmente gli intenti e i programmi degli utopisti furono diversi, seppure sia facile riscontrare alcune caratteristiche comuni; ma non è su questo che vorrei soffermarmi, bensì sui presupposti impliciti della loro azione.

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Ezra Pound e l’usura, male dell’Occidente PDF Stampa E-mail
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Venerdì 11 Gennaio 2013 14:06

di Laura Cantelmo

Le idee economiche di Ezra Pound si basano sulla teoria del Social Credit del Maggiore Douglas, da lui conosciuto nel 1917. Questi sosteneva che l'economia era gestita dalle banche che, praticando l'usura, erano responsabili dell'instabilità dei prezzi e della riduzione del potere d'acquisto del denaro e di conseguenza del graduale impoverimento della popolazione. Facendo riferimento a Confucio Pound sosteneva che l'uso deviato delle parole nella pratica politica porta a un completo sconvolgimento dell'equilibrio sociale.

Ezra Pound's ideas on economics were based on Major Douglas' theory, The Social Credit, after he had met him in 1917. Owing to the rule of banks and their practice of usury, prices were instable, which caused the growing poverty of the population. With reference to Confucius and his ideas on ethics based on language, he maintained that words and speech used by politicians must be downright to help keep the balance of society and fight corruption.

Die wirtschaftlichen Ideen von Ezra Pound basieren auf der Theorie des Social Credit des Majors Douglas, den er im Jahr 1917 kennen lernte. Er behauptete, dass die Wirtschaft von den Banken gesteuert wurde, die Wucherei betrieben, für die Instabilität der Preise und die Verringerung der Kaufkraft des Geldes und folglich die stufenweise Verarmung der Bevölkerung verantwortlich waren. Bezugnehmend auf Konfuzius Pound behauptete er, dass die abweichende Verwendung der Worte in der politischen Praxis zu einer kompletten Umwälzung des sozialen Gleichgewichts führt.

Vi sono date che segnano un cambiamento irreversibile della Storia. Di solito sono gli storici, oppure gli scienziati, a deciderlo. Talvolta invece i poeti elaborano una propria teoria sulla base della propria  Weltanschauung.Il_cambiavalute

Nel caso di Ezra Pound quella data è il 1694. La catastrofe da cui trae linfa la corruzione del mondo moderno, la fatale decadenza della sua cultura – unicamente la cultura occidenta­le - è legata alla fondazione della Banca d'Inghilterra con l'introduzione dell'usura nelle transazioni: «Il Banco d'Inghilterra, una associazione a delinquere, ovvero il praticare l'u­sura del 60%, fu fondato nell'anno 1694. Paterson, l'ideatore della banca, dichiarò chiaramente il vantaggio della sua trovata: la banca trae beneficio dell'interesse su tutto il denaro che crea dal niente»1.

Come T.S. Eliot, Pound era uno degli "espatriati" che a partire dal XIX secolo avevano percorso a ritroso il cammino dei Pilgrim Fathers alla ricerca di stimoli culturali nella terra  dei padri, ma diversamente dall'illustre discepolo egli nutrirà a lungo la speranza che da quel viaggio simbolico abbia inizio il Rinascimento americano, dopo che la corruzione diffusasi al di là dell'oceano fin dal XVIII secolo aveva contaminato la purezza dei padri fondatori: «Nell'anno 1750 veniva soppressa la carta mone­ta nella colonia di Pennsylvania. Ciò significava che nel contempo (56 anni) l'associazione degli strozzini, non contenta del suo 60% [...] era divenuta tanto forte che ha potuto mette­re in moto il governo inglese per sopprimere illegalmente una concorrenza che, con un sano sistema monetario, aveva portato la prosperità alla detta colonia»2. L'orgoglioso moto di riscatto dei coloni americani contro il giogo inglese era stato quasi del tutto vanificato nel 1776 da "nemici interni" - gli stessi deputati del neonato stato federale «speculavano sulle cambiali o certificati di paga dovuta emessi dalle singole colonie a favore dei veterani»3. Pound racconta come ventinove deputati, dopo aver acquistato i certificati al 20% del valore nominale, ne ebbero in cambio il 100% dalla nazio­ne appena costituitasi. La battaglia finanziaria causò uno scontro tra Thomas Jefferson e Hamilton.  La rettitudine morale testimoniata nel 1776 da Jefferson medesimo nella stesura della Dichiarazione di Indipendenza, prima della sua elezione a presidente (1801-1809)  poteva essere preservata solo tenendo fede alla lotta contro l'usura.

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Scritture antipatiche 2. Agota Kristof e l’esilio dalla lingua materna PDF Stampa E-mail
Aree tematiche - Dopo il diluvio: discorsi su letteratura e arti
Venerdì 13 Luglio 2012 00:00

di  Adriana Perrotta Rabissi

 

All’inizio, non c’era che una sola lingua. Gli oggetti, le cose, i sentimenti, i colori, i sogni, le lettere, i  libri, i giornali erano quella lingua (L’analfabeta. Racconto autobiografico, Ginevra, 2004, p.25)

 

A Kristof sono stati assegnati premi letterari in tutta Europa, i suoi tre romanzi più conosciuti, scritti  tra il 1986 e il 1991, Il grande quaderno, La prova, La terza menzogna, riuniti dall’editore italiano  sotto il titolo Trilogia della città di K, sono stati tradotti in 33 lingue, compresi il cinese e il  giapponese, ma sono passati quasi inosservati in Italia. Gli aggettivi e le espressioni impiegate dai  recensori e dalle recensore delle opere di e Kristof variano da scrittura  fredda, penna lucida e  glaciale, scrittura chirurgicamente precisa, è una scrittura  per nulla compiacente, che non lascia  possibilità di salvezza né ai personaggi delle storie, né al lettore o alla lettrice. Kristof evita gli  aggettivi, persegue una scrittura asentimentale, che rimuova l’amore e le emozioni che, trappole  da cui tenersi lontano nella vita come nella scrittura. La sua scelta poetica è stata determinata dalla  particolare circostanza nella quale si è trovata a scrivere, la rinuncia alla lingua materna e   l’adozione forzata di una lingua nemica. Agota si attiene al consiglio, datole durante un corso di  francese per principianti frequentato dopo anni di permanenza in Svizzera, di usare frasi concise e  semplici sintatticamente; in quell’occasione all’insegnante che le chiede il perché della  frequentazione di un corso simile, dopo tanto tempo che soggiorna nel paese,  lei risponde che è  analfabeta.   Scrive nel suo racconto autobiografico L’analfabeta:  “Parlo il francese da più di trent’anni, lo scrivo da vent’anni, ma ancora non lo conosco. Non riesco  a parlarlo senza errori e non so scriverlo che con l’aiuto di un dizionario consultare di frequente. E’ per questa ragione che definisco anche la lingua francese una lingua nemica. Ma ce n’è un’altra,  di ragione, ed è la più grave: questa lingua sta uccidendo la mia lingua materna”.(L’analfabeta,  p.28)   Il particolare contesto nel quale si trova a vivere e operare, la Svizzera e la lingua francese, si  interseca con la sua scelta poetica, rafforzandola.    Kristof ha vissuto nell'area della cultura austroungarica, ha conosciuto fin dall'infanzia situazioni  sociali repressive delle libertà individuali e collettive. Nata in Ungheria il 30 ottobre 1935 approda a  ventun’anni anni a Neuchâtel quando, sposata e con una bambina di quattro mesi, fugge davanti  all’invasione sovietica del 1956 a causa del marito, impegnato in politica. Non gli perdonerà mai di  averla costretta all’esilio dalla famiglia, dagli amici, dalla sua terra e soprattutto dalla lingua  materna, nella quale aveva cominciato a scrivere fin da bambina poesie e brevi sceneggiature,  organizzate intorno a sentimenti e emozioni, che Kristof metterà irrevocabilmente al bando negli  scritti da adulta. In una delle ultime, e poche, interviste rilasciate Kristof commenta che sarebbe  stato meglio che il marito avesse sopportato un paio di anni di carcere, piuttosto che costringerla a  abbandonare l’Ungheria. C’è da osservare che si sposò a diciannove anni con uno dei suoi  professori, che tra l’altro le aveva impedito di continuare gli studi a Budapest.  La sua opinione sulle vicende politiche che hanno determinato la sua vita si riassume nel concetto  che il comunismo era una buona idea, realizzata male, e che il capitalismo è anche peggio.  Vive dunque una situazione personale di eccentricità e spaesamento familiare e affettivo, che  attribuisce all’abbandono forzato della lingua materna, che riconosce come unico tratto identi  tario. Forse è anche questa la ragione del ricorso sovente della figura del doppio nella sua  narrativa. Dopo aver lottato per liberarsi dai vincoli interiori e dagli ostacoli economici e sociali che  le impediscono di raggiungere la propria autonomia, dopo averla conquistata, a prezzo di sacrifici e  rinunce, sceglie la condizione di marginalità e isolamento sociale rispetto alla comunità letteraria  del suo tempo. La scrittura costituisce per lei l’amore della vita, insieme alle due figlie e al figlio, gli  uomini no, l’hanno fatta troppo soffrire).   Scrive poco, risponde così a una domanda rivoltale in un’intervista del 2005:   “Io non scrivo più. Non mi interessa pubblicare. Se non avessero ritrovato questi testi [vecchi  inediti, che l’editore volle comunque pubblicare, e ora presenti in una breve raccolta intitolata La  vendetta] non avrei consegnato niente agli editori per altri dieci anni. D’altra parte, mi sembra di  aver pubblicato abbastanza” (Per la signora ‘fa sempre lo stesso’, Intervista con Agota Kristof,  scrittrice di esilio, dolori e parole scarne, Anno X, numero 54 – p. VII, “Il foglio quotidiano”, sabato,  5 marzo, 2005).  Agota ripete più volte di essersi sentita espatriata ed esule in lingue nemiche: il tedesco, che  dovette imparare col trasferimento all’età di nove anni in una piccola città di confine tra Ungheria  e Germania dove il tedesco era parlato dalla maggioranza degli abitanti; il russo imposto nelle  scuole dopo la seconda guerra mondiale, il francese, che resta la lingua dell’esilio, scelta anche per  la scrittura, pena la rinuncia all’ungherese al suo arrivo in Svizzera. Fino alla fine dei suoi giorni si  rammarica di non conoscere bene il francese, pur avendolo scelto come lingua della scrittura,  scelta che le costa però cinque anni di silenzio letterario, uno dei peggiori periodi della sua vita.  “La voglia di scrivere verrà più tardi, quando si sarà rotto il filo d’argento dell’infanzia” (Agota  Kristof, L’analfabeta)  In Kristof l’altro grande tema associato alla lingua materna è l’infanzia; nei brevi undici quadri che  compongono l’autobiografia, L’analfabeta, richiestale da una rivista, Kristof scrive di un’infanzia  serena, nonostante difficoltà economiche e politiche della famiglia, racconta dei rapporti di giochi  e scherzi con i due fratelli, uno minore e uno maggiore, e molto della sua passione per la lettura,  che era iniziata a quattro anni.  Proprio due bambini sono i protagonisti de Il Grande quaderno, il primo romanzo  della Trilogia, che, quando fu pubblicato nel 1987, fu dichiarato Livre Européen e proposto come  libro di lettura nelle scuole francesi, nonostante le polemiche per la sua crudezza.  Due gemelli, dell’approssimativa età di sei anni, sono affidati temporaneamente dalla madre alla  nonna, anaffettiva e avara, che vive in miseria in un cascinale squallido e sporco; i bambini sono  colti, sensibili, intelligenti e educati, nei due anni successivi dovranno disimparare tutti i valori fino  ad allora acquisiti per sopravvivere agli orrori, all’imbarbarimento progressivo del mondo nel quale  vivono, agli inganni e alle violenze degli adulti. Il grande quaderno è quello sul quale i fratelli  annotano quello che vedono, solo i fatti, senza commenti o interpretazioni; nell’intento di  proseguire gli studi da autodidatti si dedicano all’esercizio di composizione, in attesa del ritorno  della madre. Non sono indicati né luogo, né tempo, ma si comprende che è un tempo di guerra, la  narrazione è affidata alle scritture diaristiche di Luca e Claus.  Il grande quaderno è un romanzo di formazione dei nostri tempi di ?bambini in guerra?, di  un’educazione capovolta, realizzata attraverso le tappe forzate di esperienze crudeli, ed esercizi  appositi che i due gemelli si impongono per diventare insensibili al freddo, alla fame, alla paura, al  dolore, alle percosse.  E’ un racconto che si potrebbe definire gotico, secondo la categoria messa a punto dalla critica  anglosassone, che rintraccia nelle scritture a firma di donna molti segni dell’orrore introiettato  nell’esperienza di vite femminili. Un racconto costituito da capitoli brevi: mancano quasi  completamente gli aggettivi, le frasi sono sintatticamente ridotte e taglienti, come sanno essere le  frasi dei bambini, prive di artifici retorici e di echi suggestivi. La città è presso un confine, i bambini  annotano che le persone parlano a volte lingue strane, straniere.  Numerosi sono i riferimenti autobiografici, ad esempio negli scherzi organizzati dai gemelli, che  non perdono mai il gusto per la vita e la disposizione al gioco, scherzi che prendono spunto da  quelli inventati da Agota bambina con il fratello maggiore, spesso a danno del minore. Il romanzo si  conclude con la morte del padre andato a trovarli, che viene aiutato da loro a fuggire passando il  confine, ma indotto consapevolmente a attraversare un campo minato che deflagra sotto i suoi  piedi, perché uno dei due possa a sua volta superarlo incolume. Essi sopravvivranno dunque  opponendo la ferocia conquistata alla ferocia del mondo circostante. L’educazione al contrario è  pienamente riuscita.  Il secondo romanzo, La prova, narra la vicenda della separazione dei due gemelli. Lucas è il fratello  rimasto a occuparsi dell’orto, dopo la partenza di Claus. In seguito all’abbandono da parte del  fratello è caduto in profonda depressione, dalla quale esce con l’aiuto dell’ortolano e del curato,  con cui inizia a giocare a scacchi la sera. Un giorno incontra poco lontano da casa, sul ponticello  costruito anni prima col fratello, una giovane donna con un bambino che piange, voleva annegarlo  ma non ce l’ha fatta; è vittima della censura sociale, dal momento che il piccolo è figlio del padre di  lei, arrestato per l’incesto. Sapremo alla fine che il padre è stato ucciso in carcere dai compagni di  detenzione. Lucas si prende cura di entrambi, ha qualche sporadico rapporto sessuale con la  ragazza, ma ama solo il bambino, Mathias, che considera quasi figlio suo. La piccola città dove vive  Lucas presenta il degrado e la desolazione di un paese occupato, in mano ad un regime repressivo,  l’unica salvezza è la scrittura .  Un giorno la giovane donna parte, lasciando Mathias a Lucas, il bambino cresce sempre più  intelligente, ma quando comincia a frequentare la scuola è fatto è oggetto di scherzi crudeli,  percosse (bullismo?) da parte dei compagni di classe, tuttavia non vuole rinunciarvi. Lucas, che nel  frattempo ha rilevato la cartolibreria di un amico, organizza una sala di lettura per bambini, perché  si abituino a Mathias, e lo rispettino, ma il bambino è diviso tra l’attesa del ritorno della madre e  l’amore per Lucas, un amore che diventa sempre più insidiato dalla gelosia e dal possesso, finché,  non reggendo più la situazione, Mathias si uccide finendo, piccolo scheletro, nell’armadio che  contiene già gli scheletri della madre di Claus e Luca e della loro sorellina, morta insieme alla  madre, dopo che quest’ultima aver affidato i gemelli alla nonna.  Nel frattempo fallisce il tentativo di rivolta degli abitanti della città, che tentano di liberarsi  dall’oppressione tirannica, si verificheranno deportazioni e massacri.  Al compimento dei trent’anni Lucas sparisce dal paese, un amico custodisce la casa e la  cartolibreria, in attesa del suo ritorno. Qualche tempo dopo invece si presenta Claus in cerca del  fratello, è scambiato da tutti  per Lucas. In un’occasione Claus mostra il grande quaderno che ha  tenuto con sé, che però sembra scritto in un tempo molto recente, non certo anni prima e,  soprattutto, con la grafia di un’unica mano, non certo di due.  Quando si comincia a dubitare di tutto quello che si è letto nel grande quaderno ? invenzione?  ricostruzione allucinata di uno dei due gemelli? ? si legge La terza menzogna, nella quale ci si trova  di fronte a un ribaltamento totale di situazioni, a cominciare dalla scrittura, il racconto è scritto in  prima persona singolare, e non in terza come ne La prova, o in prima plurale e in forma di diario  come ne Il grande quaderno, i capitoli sono più lunghi, la scrittura più realistica.  L’io narrante è un uomo di cinquant’anni, scrive mentre è in prigione, è alcolizzato, gioca a scacchi  con l’ufficiale della prigione e a carte con la guardia, ricorda che proprio un anno prima ha avuto  conferma della sua cardiopatia, ma continua ugualmente a bere e fumare. Scrive che una volta  tornato nella città dell’infanzia ha trascorso la maggior parte del tempo nell’ospedale della grande  città dove si era trasferito da bambino. Riconosce molti luoghi, parla di un fratello, ma a volte nega  che sia mai esistito, parla della vita in ospedale, dei bombardamenti, del suo handicap fisico, della  vecchia che lo accudì quando uscì dall’ospedale, una vecchia che egli imparò a chiamare Nonna.  Ricompaiono tutti i personaggi de La prova, ma tutti ricoprono ruoli diversi nella costellazione dei  rapporti intrattenuti dal protagonista. La ricostruzione dei fatti è sdoppiata, non troppo diversa da  quella che abbiamo letto nei due romanzi precedenti, ma non è la non la stessa; l’effetto è  spaesante, sembra di rivedere tutto attraverso una lente deformante. Ritornano anche episodi  raccontati ne Il grande quaderno, in questo caso personaggi considerati allora morti sono in realtà  ancora vivi, altri dei quali non sappiamo nulla compaiono all’improvviso, sono ricordati i luoghi, ma  sempre secondo un’ottica deformata, tutto procede per flashback, all’insegna di scambi di nomi e  di personaggi, tutto appare menzogna. Menzogna negli affetti, nei ricordi, nelle ricostruzioni: non  c’è salvezza per nessuno, adulto o bambino, uomo o donna.  Si comprende meglio allora come in merito  al film Brucio nel vento,  che Soldini trasse dal suo  romanzo Ieri, pubblicato nel 1995, Kristof abbia rimpianto fino alla fine dei suoi giorni il lieto fine  voluto dal regista, ma  da lei vivamente sconsigliato.  Un romanzo di natura autobiografica sulle  difficoltà e la disperazione di un gruppo di esuli fuggiti dall’Ungheria in Svizzera al momento  dell’invasione sovietica; il lieto fine del film comporta il trionfo dell’amore e è stato è vissuto da lei  –e giustamente?  un tradimento della sua opera.  Nota  Trilogia della città di K. [Il grande quaderno, La prova, La terza menzogna], Torino, Einaudi, 1998

 

 
Due libri tedeschi: il romanzo 'Penombra' di Uwe Timm e, di Jürgen Schreiber, la biografia di Monika Ertl 'La ragazza che vendicò Che Guevara. Storia di Monika Ertl' PDF Stampa E-mail
Aree tematiche - Dopo il diluvio: discorsi su letteratura e arti
Venerdì 13 Luglio 2012 00:00

di Franco Romanò

Dalle opere di Uwe Timm e Jürgen Schreiber, pur diverse fra di loro emerge tutta la complessità e la tragicità della storia tedesca ed europea del ‘900. Sullo sfondo della grande storia agiscono e muoiono personaggi estremi, degni di una tragedia greca.

In the books written by Uwe Timm and Jürgen Schreiber, although very different, rises the complexity and the tragedy of the German and european  history of the Twentieth Century. On the background of the great history, border line characters act and die, as in an ancient greek tragedy.
Penombra, Uwe Timm - Mondadori, 2011

Di Uwe Timm lessi L'amico e lo straniero, dedicato alla prima vittima degli scontri sociali degli anni '60 e '70 in Germania: lo studente universitario Benno Ohnesorg, ucciso dalla polizia durante una manifestazione a Berlino in occasione della visita dello scià di Persia Reza Pahlevi.Sono due libri assai diversi, ma accomunati dall'essere profondamente radicati nella storia tedesca. Il primo è un romanzo - Penombra - l'ultimo di Uwe Timm pubblicato in Italia da Mondadori. Il secondo è la biografia di Monika Ertl, ricostruita con pazienza certosina da Jürgen Schreiber, nel libro dal titolo La ragazza che vendicò Che Guevara. Storia di Monika Ertl, Nutrimenti editore.

Mi colpì la struttura ad affresco. La vita di Benno, spezzata dalla pistola di un agente, veniva ricostruita con le parole degli altri studenti alla Freie Universität e in questo modo la memoria di lui s'intrecciava alla storia di quegli anni.

Ancora di più, la storia ritorna prepotentemente in Penombra, la storia tedesca fino alla caduta del muro; ma per quello che la Germania è stata per l'Europa intera, nel bene e nel male, è evidente che riguarda tutti.

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La poesia dopo il diluvio. Molte domande, quasi nessuna risposta PDF Stampa E-mail
Aree tematiche - Dopo il diluvio: discorsi su letteratura e arti
Venerdì 13 Luglio 2012 00:00

di Paolo Rabissi

Analisi critica su alcuni aspetti della poesia contemporanea.

A critical analysis of some aspects of Italian contemporary poetry.

Kritische Analyse über einige Aspekte der italienischen zeitgenössischen Lyrik.

1) Molte domande

Dice Franco Romanò, parafrasando Jameson, che in fondo quello che noi nelle pagine di Overleft abbiamo indicato col termine di diluvio – riferendoci alla produzione poetica e letteraria dagli anni sessanta ad oggi - è anch'esso un'utopia che non si realizza mai del tutto. In che senso possiamo usare questa espressione così paradossale per quel fenomeno cui assistiamo ormai da più decenni e al quale siamo legati in mille modi e che, per quanto ci riguarda, consiste nella proliferazione di scritture (mi riferisco essenzialmente alla poesia) che non possiamo non definire poetiche ma che tuttavia sembrano trovare consistenza unicamente nel proprio individuale e unico percorso di talento più o meno grande?

La parola diluvio sembra rimandare a una quantità indefinibile ma nel nostro caso ciò è vero fino a un certo punto: non manca chi fa i conti, da essi risultano cifre che dovrebbero impressionarci ma, a dirla tutta, che ci siano uno o due o più milioni di persone che oggi scrivono poesia o altro non è che interessi molto, anche se dal punto di vista sociologico cose interessanti da dire ce ne sarebbero (basti qui richiamare la scolarizzazione di massa avvenuta a partire dagli anni sessanta con l'introduzione della scuola media obbligatoria per indicare una delle cause dell'avvicinamento alla cultura di fasce consistenti della popolazione).

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Wallace Stevens: ovvero... l'elegante discreto. PDF Stampa E-mail
Aree tematiche - Dopo il diluvio: discorsi su letteratura e arti
Venerdì 11 Novembre 2011 00:00

di Franco Romanò

Wallace Stevens è diventato negli ultimi decenni, un poeta sempre più letto e ammirato in tutto il mondo. In Italia, meno celebre di Pound ed Eliot, sì è conquistato un pubblico sempre più numeroso. Secondo Frederick Jameson Wallace Stevens Stevens è l'ultimo dei classici.

La fortuna di Wallace Stevens è cresciuta lentamente nel tempo. Schivo e aristocratico, egli mantenne sempre rapporti cordiali ma distaccati con l'ambiente letterario e tale atteggiamento, in una società sovraesposta come quella statunitense, dove tutto tende a diventare spettacolo, fa di lui un raro esempio di mimetismo, seppure non così estremo come nel caso dei suoi contemporanei Salinger e Marianne Moore, con la quale peraltro il poeta di Hartford intrattenne un lungo e interessante epistolario, rimasto per lungo tempo sconosciuto. Quanto alla sua notorietà in Italia, dobbiamo considerare che vi è stato un asse privilegiato di lettura della poesia anglo-americana nel nostro paese, intorno alla coppia Eliot-Pound.

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Che ritmo può avere un sogno. Una lettura dai “Canti orfici” di Dino Campana: Viaggio a Montevideo. PDF Stampa E-mail
Aree tematiche - Dopo il diluvio: discorsi su letteratura e arti
Venerdì 11 Novembre 2011 00:00

Dino Campanadi Paolo Rabissi

Figlio del Novecento, Campana vive il dualismo esistenziale più drammatico, quello tra follia e poesia, tra follia e vita.
La poesia di Campana è quanto di meglio egli è stato in grado di strappare ai disturbi di natura psicotica ai quali finì con l'arrendersi trascorrendo oltre quattordici anni in manicomio. Qui Campana, sottratto e sottrattosi a ogni vita di relazione, venne 'punito' per la sua follia con l'elettroshock (al tempo non era usato come terapia) finché anche all'autismo lo strappò la morte. I Canti orfici, usciti nel 1914 poco tempo prima di essere internato, sono stati letteralmente strappati alle crisi di follia distruttiva con un'operazione costata all'autore un evidente sforzo drammatico. L'impeto distruttivo Campana riuscì a vincerlo dando orecchio alla sua vocazione. Tutte le sue energie vitali Campana dovette concentrarle nello sforzo di dare al suo verso la forma e il ritmo che gli spettava.

Figlio del Novecento, Campana vive il dualismo esistenziale più drammatico, quello tra follia e poesia, tra follia e vita. La poesia di Campana è quanto di meglio egli è stato in grado di strappare ai disturbi di natura psicotica ai quali finì con l'arrendersi trascorrendo oltre quattordici anni in manicomio. Qui, sottratto e sottrattosi a ogni vita di relazione, venne 'punito' per la sua follia con l'elettroshock (al tempo non era usato come terapia) finché anche all'autismo lo strappò la morte. I Canti orfici, usciti nel 1914, qualche anno prima di essere internato (1918), sono stati letteralmente strappati alle crisi di follia distruttiva con un'operazione costata all'autore un evidente sforzo drammatico.

L'impeto distruttivo Campana riuscì a vincerlo dando orecchio alla sua vocazione. Tutte le sue energie vitali Campana le concentrò nello sforzo di dare al suo verso la forma e il ritmo che gli spettava. Che ritmo può avere un sogno? In ‘Viaggio a Montevideo’ è quello che può avere una nave  che ‘batte la tenebra’ sull’oceano e in inquieti mari notturni. In questa poesia, ma forse è lecito dirlo per tutta l’opera poetica di Campana, tutto sembra organizzato per dimostrare al lettore che quel viaggio è stato un sogno.

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