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Tracce di resistenza e opposizione nel lavoro contemporaneo PDF Stampa E-mail
Aree tematiche - Con Marx e oltre il marxismo
Lunedì 21 Maggio 2018 15:33

di Paolo Rabissi

Otto saggi di un gruppo di ricercatori/trici che interrogano con il metodo dell'inchiesta sul campo le nuove soggettività del lavoro

Eight essays by a group or researchers who question, by the method of the enquiry, the new subjectivity of labour.

Presentamos ochos ensayos escritos por un grupo de investigadores/doras que se preguntan sobre las nuevas subjetividades del trabajo, el método de investigación utilizado es la técnica de la encuesta.


Figure del lavoro contemporaneo: un’inchiesta sui nuovi regimi della produzione
Introduzione e cura di Carlotta Benvegnù e Francesco E. Iannuzzi
Postfazione di Devi Sacchetto
(Ombre corte, 2018)


Che ne è della classe operaia? Che ne è di quel soggetto economico-politico che negli anni sessanta e settanta sembrava in grado di inceppare indefinitamente i meccanismi di riproduzione del capitale con forme organizzative, quasi interamente autonome da partiti e sindacati, di comando sul lavoro? In altre parole come si configura oggi il lavoro?

Il libro in analisi è una buona occasione per fare il punto. Raccoglie infatti un nutrito numero di esperienze diverse che compongono un quadro utile per orientarsi. A patto ovviamente di dare per scontate certe specificità comuni alle varie situazioni: prima di tutto il processo di frammentazione e dispersione di lavoratori e lavoratrici in luoghi di produzione sparsi sul pianeta e poi la implacabile flessibilizzazione e precarizzazione del mercato del lavoro. A ciò si possono anche legare la dissoluzione della contrattazione collettiva, uno dei momenti di forza nell’epoca fordista sopra rammentata, e il declino dei sindacati con il loro fallimento nel tentativo di gestire una precarizzazione limitata alle fasce marginali del mercato del lavoro col fine di salvaguardare gli occupati stabili.

Presupposto di metodo di tutti i saggi del libro sta l’inchiesta sul campo, che è di matrice operaista (dai Quaderni Rossi in avanti fino a Primo Maggio). Essa viene considerata imprescindibile per la comprensione di processi sociali e soprattutto per l’approfondimento dei modi con cui le soggettività interrogate rispondono e resistono alle condizioni più pesanti del lavoro, con forme specifiche di resistenza e rifiuto che scavalcano spesso le forme sindacali tradizionali. E vale la pena sottolineare che nei/lle ricercatori/trici è definitivamente acquisita la convinzione che interrogare a fondo le soggettività, rilevando nella composizione della manodopera differenze e attributi sociali quali genere, origine etnica, nazionalità, cultura e stili di vita, nonché, come vedremo oltre, l’analisi simultanea della sfera della produzione e quella della riproduzione, permette di uscire da schemi interpretativi resi obsoleti dalle trasformazioni del lavoro avvenute negli ultimi decenni, permette di cogliere aspetti nascosti.

Questo tipo d’inchiesta dunque aiuta a mettere in evidenza le forme di resistenza e opposizione ai sistemi di controllo e subordinazione che non si manifestano in maniera esplicita e organizzata: il che permette di superare le visioni eccessivamente demoralizzanti sull’insufficienza di risposte organizzate da parte dei lavoratori/trici e di scivolare in letture, altrimenti eccessivamente miserabiliste, sulla precarietà del lavoro in generale o sulla condizione dei migranti. Ma permette anche di rendersi conto che il capitalismo stesso si muove dentro processi di integrazione di quelle differenze nella composizione del lavoro, il che significa dover ammettere che il capitale non si muove esclusivamente dentro la logica del basso costo del lavoro ma anche fra elementi extra-economici mobilitati in processi di estrazione di valore e in sistemi di disciplinamento del lavoro.



L’inchiesta qualitativa sul campo, dicevamo,  è attenta ad analizzare contemporaneamente la sfera della produzione e quella della riproduzione, così come gli studi femministi postulano da tempo, con la dimostrazione che il lavoro di riproduzione contribuisce alla valorizzazione dei sistemi produttivi. Con buona pace di quelle posizioni che schiacciano analisi e lotte delle donne nella conquista di diritti civili, di pari opportunità ecc.: il capitalismo sussume nel suo movimento le leggi millenarie del patriarcato cioè la divisione sessuale del lavoro destinando le donne alla sfera del lavoro riproduttivo  e destinandole gerarchicamente in quello produttivo tra le figure del lavoro più sfruttate ed emarginate, mettendo a valore le differenze di genere (sensibilità, attitudini ecc.). Se è il caso minaccia l’espulsione dal lavoro con il recupero della dimensione domestica in quanto ‘naturale’.Deliveroo strike

Significativo in questo senso il primo saggio del libro intitolato Lunghe esperienze operaie… essere metalmeccaniche di Fiorella Longobardi, dove l’autrice approfondisce, attraverso una lente di genere, la questione del lavoro delle donne all’interno di un settore a prevalenza maschile, quello metalmeccanico della produzione di elettrodomestici della multinazionale Electrolux. Per comprendere le forme di soggettivazione delle operaie e la degradazione progressiva del lavoro, l’autrice si è servita dei racconti di quindici operaie intervistate. La fabbrica alla fine degli anni Novanta registra il superamento da parte delle donne del  numero degli uomini. Con la lean production e la delocalizzazione delle produzioni, le operaie hanno subito intensificazione dei ritmi di lavoro nonché parcellizazione delle mansioni sino a renderle generiche e dequalificate. E appunto la sfera produttiva ha finito coll’intrecciarsi con quella riproduttiva, privata e domestica. Gli aumenti di produttività si sono accompagnati al taglio del part-time e alla riduzione dei permessi. Aspetti questi che hanno influenzato il ruolo di madri e spesso di figlie che si prendono cura dei genitori. Nella vita delle lavoratrici l’usura della fabbrica si somma a quella del lavoro di cura e si interseca con l’età che avanza.

Le contraddizioni della donna operaia, madre e moglie risultano ancor più evidenti nel caso delle lavoratrici impegnate nel lavoro digitale. Il lavoro digitale, al di là della connotazione creativa e imprenditoriale che l’accompagna, soprattutto per essere legato a internet, abbraccia mansioni ripetitive, dequalificate, subordinate e precarie. Nel libro il saggio relativo è Economia digitale e nuove forme di lavoro: uno sguardo etnografico di Elinor Wahal la quale così introduce l’argomento: “Con un bacino di utenti che si misura nell’ordine di grandezza delle decine di milioni, il crowdsourcing ne è l’esempio lampante: miriadi di micro mansioni assegnate su base oraria da committenti anonimi attraverso la mediazione di piattaforme virtuali colossali (per traffico dati e per assetto proprietario) impegnano le giornate di altrettanto anonimi lavoratori sparsi per il mondo, senza che questi debbano lasciare la scrivania di casa. Amazon Mechanical Turk, che comprende un bacino di forza lavoro di 500.000 lavoratori digitali, rappresenta, in questo contesto, una delle piattaforme più importanti e controverse. Proprio come molti siti analoghi esso costituisce una piattaforma on-line che mette in comunicazione dei committenti desiderosi di “esternalizzare alla folla” mansioni brevi e dequalificate eseguibili on-line e dei lavoratori disposti a eseguire tali compiti per pochi centesimi di dollaro.”

Lavoratori e lavoratrici sono chiamati/e turker, sono perlopiù giovani (50% statunitensi) e con un alto livello d’istruzione, spesso universitario. Sono in effetti invisibili anche perché nel sentire comune i loro compiti li si ritiene eseguiti dai computer. Il saggio così continua:”  il nome del sito riflette infatti tale prospettiva, ispirandosi a un automa in auge nel fine Settecento e giunto all’apice della sua fama nell’Illuminismo, in un periodo caratterizzato dalla celebrazione della ragione e del progresso tecnico-scientifico e dall’esaltazione di ogni manifestazione di affrancamento dell’uomo dalla natura. Il turco meccanico era un automa in grado, si diceva, di giocare a scacchi contro i più abili avversari. Esso era costituito da una struttura lignea rettangolare che sorreggeva la scacchiera. Tale struttura era però provvista di un doppio fondo le cui dimensioni potevano contenere una persona di piccola statura e permetterle di venire a conoscenza delle mosse dell’avversario grazie a un accurato sistema di calamite. I principi che hanno ispirato la creazione della piattaforma si riflettono fedelmente nello slogan del sito Artificial artificial intelligence. Una delle compagnie più tecnologicamente avanzate del mondo ha quindi fatto leva sull’elemento che più appare obsoleto nell’era digitale, ovvero il lavoro umano.”

A riprova di come le nuove tecnologie riescano a sviluppare modalità di assoggettamento della sfera riproduttiva a quella produttiva, il saggio porta esempi di invasione della dimensione lavorativa nella sfera privata che, nel caso delle turker intervistate, si manifesta nell’uso che esse fanno degli spazi domestici. Per assicurarsi la giornata Emma e Charlotte lavorano in pratica tutto il giorno e parte della notte – siamo dentro l’auto-sfruttamento - a computer acceso, consumano il proprio pasto lavorando, rinunciano a tempo libero di relazioni e soprattutto entrambe hanno finito col riorganizzare gli spazi domestici a favore di una plancia di comando in cui hanno posto un paio di computer a danno degli spazi per i propri figli.

***

A presentare gli otto casi di “figure del lavoro contemporaneo”, come recita il sottotitolo, sta l’Introduzione scritta da Carlotta Benvegnù e Francesco E. Iannuzzi, entrambi dottorandi. Il rilievo sul loro titolo non è casuale. A loro dire, ed è un dato che fa ben sperare, i percorsi di dottorato sono gli unici luoghi dove è ancora possibile svolgere ricerche ‘sul campo’ di qualche importanza. Nella postfazione Devi Sacchetto riassume senso e motivazioni del libro.

Per completare il quadro dei casi studiati nel libro, riportiamo dall’Introduzione la breve presentazione dei casi rimanenti oltre i due di cui si è parlato sopra:

“Nel saggio Appunti sul lavoro del sistema moda napoletano: processi di esternalizzazione, griffe e economia sommersa, Giuseppe D’Onofrio mette in luce la spinta alla informalizzazione dei rapporti di lavoro nel napoletano, in uno dei settori maggiormente globalizzato e soggetto ai fenomeni di deverticalizzazione quale quello dell’abbigliamento e del calzaturiero. Adottando la metodologia d’inchiesta prevalentemente qualitativa e partendo dalle biografie occupazionali dei lavoratori interessati, l’autore sostiene come il fenomeno del lavoro irregolare/sommerso sia una diretta conseguenza del modo in cui è strutturata la catena produttiva del settore e delle pressioni generate dal mercato e dalla concorrenza che le imprese scaricano a valle fino ai lavoratori. L’autore significativamente coglie la connessione tra i differenti regimi di lavoro che la filiera del sistema moda assembla a livello globale, ma anche la capacità dell’economia sommersa e del lavoro irregolare di intrattenere strutturate relazioni con processi formali di regolazione istituzionale del lavoro e dell’economia, facendo emergere quindi l’eterogeneità che alberga anche a livello locale.

Il contributo di Romolo Calcagno, Una fabbrica recuperata in Italia, analizza invece, a partire dal caso dello stabilimento industriale Manuli-Evotape di SS. Cosma e Damiano (Latina), il fenomeno, in costante crescita, delle imprese recuperate italiane (IR). L’Autore grazie alla ricerca sul campo, rintraccia gli elementi in grado di attivare processi sperimentali di resistenza ed evidenzia l’esistenza, nelle scelte che portano alla riattivazione di luoghi del lavoro, di elementi soggettivi di “reazione” ai fallimenti, alle dismissioni, alle ristrutturazioni aziendali e, congiuntamente, a quello che l’autore definisce il disorientamento delle attuali strategie istituzionali e di rappresentanza. Nel rintracciare in queste azioni nuove e antiche accezioni di “reciprocità”, la ricerca di Calcagno mette in luce pratiche sociali e di resistenza originali, capaci di non uniformarsi né alla rassegnazione della perdita del posto di lavoro né alle logiche di delega ai manager del mondo cooperativo.

Il saggio di Andrea Bottalico, Across the Chain. Trasformazioni del lavoro portuale in Europa: il caso di Genova, si concentra sulla trasformazione del lavoro portuale, segmento vitale dell’economia globale e nodo cruciale all’interno del settore logistico. Il contributo fornisce i primi risultati della ricerca qualitativa analizzando le strategie messe in campo dai principali attori della catena marittimo-portuale e il loro impatto sulla struttura e sulla natura del lavoro nei porti europei. Attraverso un approccio volto ad analizzare le interdipendenze e le relazioni dialettiche tra attori coinvolti, l’autore mostra come l’aumento della flessibilità e il mutamento della struttura organizzativa nel ciclo operativo di movimentazione dei container siano dettati da pressioni sistemiche e quindi esterne ai singoli porti.

Il contributo di Nicolò Coppini e Mattia Frapporti, Insubordinazione del lavoro nella pianura logistica del Po, si basa su una ricerca sul campo iniziata nel 2011-2012 e tuttora in corso all’interno del settore della logistica nel nord Italia. Si tratta di un ambiente caratterizzato da una sequenza di scioperi e mobilitazioni che hanno messo in  luce la crucialità del settore logistico all’interno del complessivo ridefinirsi dei modelli produttivi e distributivi. In questo saggio gli autori descrivono da un lato le procedure organizzative e l’evoluzione delle soggettività emerse nel corso delle mobilitazioni, dall’altro propongono un inquadramento complessivo di tale fenomeno.  Viene quindi evidenziato come i conflitti sviluppatisi nella logistica possano essere letti a partire dallo sviluppo storico del settore, dal rilievo che la cosiddetta rivoluzione logistica degli anni 60 ha avuto rispetto all'economia politica contemporanea, e dal modo in cui tali dinamiche incidono oggi sulla produzione di nuove spazialità. In conclusione vengono indicate alcune ipotesi e piste di indagine sulla logistica in termini più generali, a partire da un lavoro collettivo sviluppato attraverso il blog www.intotheblackbox.com

A partire da un’indagine basata sull’analisi di documenti d’archivio, Il contributo di Mareen Heying, dal titolo La resistenza delle prostitute. L’analisi del lavoro nei movimenti delle prostitute in Italia e Germania degli anni Ottanta e Novanta, analizza l’emergere dagli anni 80 in Germania e in Italia dei movimenti delle prostitute, nonché il modo in cui grazie a tali mobilitazioni si è successivamente sviluppato il dibattito intorno alla prostituzione. L’articolo ripercorre da una prospettiva storica le definizioni di lavoro elaborate dalle protagoniste dei movimenti italiano e tedesco, le loro analisi rispetto alle ragioni dell’esistenza della prostituzione e al ruolo della prostituta all’interno del sistema lavorativo. Allo stesso tempo il saggio interroga le rappresentazioni della donna nella società come proposte dai movimenti delle prostitute, e si focalizza sulle modalità e le motivazioni soggettive alla base delle lotte delle prostitute.

Nell’ultimo saggio, Dentro un limbo. Marginalizzazione e resistenza dei richiedenti asilo del Cara di Mineo, Antonella Elis Castronovo si focalizza sulle implicazioni e gli effetti che, dal punto di vista sociale ed economico, la gestione migratoria ha determinato sui contesti locali, in particolare sull’area del Calatino in Sicilia, dove è situato il più grande centro di accoglienza d’Europa. Attraverso lo strumento delle interviste in profondità, l’autrice ricostruisce i passaggi del reclutamento e della messa al lavoro dei richiedenti asilo ivi alloggiati. Si tratta di un incontro peculiare tra il lavoro migrante e il contesto locale, solo in parte spiegabile con gli “effetti sistemici” che portano al progressivo allontanamento della manodopera autoctona e quindi all’avvicendamento con i lavoratori migranti. Infatti nella ricostruzione dell’autrice emerge come la decisione di impiegarsi come braccianti agricoli (in modo irregolare) da parte dei migranti non sia solo il prodotto dell’interazione tra fattori strutturali (quali lo specifico modo di accogliere i richiedenti asilo e di gestirne le istanze che producono soste, attese e immobilismo forzato) ma anche il frutto dei loro processi di soggettivazione influenzati proprio dalla condizione di eccezionalità della permanenza spesso indefinita nei centri di accoglienza generica.

Una parte consistente dei saggi di cui è composto il volume è stata presentata all’interno della sessione Metamorfosi del lavoro, migrazioni e resistenze della prima conferenza nazionale organizzata da dottorande e dottorandi in scienze sociali, tenutasi nel giugno 2016 all’Università degli Studi di Padova. “