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Alla ricerca degli intrecci tra capitalismo e patriarcato PDF Stampa E-mail
Editoriali e dibattiti - Editoriale
Mercoledì 09 Novembre 2016 13:33

a cura della redazione

La nostra attenzione continua ad approfondire, anche nel solco di un postumanesimo, le radici materiali e simboliche del dominio patriarcale-capitalista, a partire dalla divisione sessuale del lavoro e dalla concezione neoliberista dell’individuo maschile, inteso come universale, come soggetto autosufficiente.

Our attention, also in the furrow of post humanism, continues to deepen both the material and symbolic roots of the patriarchal/capitalistic dominion, starting from the sexual division of labor and an illuministic view of the human beings (male in particolar) as self-sufficient monads.


Negli ultimi due numeri di OverLeft ci siamo soffermati su alcune questioni cruciali per la vita di donne e uomini nella fase socio-politica attuale, caratterizzata dalla progressiva espansione del sistema economico - e implicita cultura - neoliberista sia nei paesi arricchiti che in quelli impoveriti del mondo, espansione che genera guerre, distruzioni di risorse essenziali per la vita umana, movimenti migratori, impoverimento di fasce di popolazione sempre più ampie.https://simonasforza.wordpress.com/tag/capitalismo/

Da più parti si levano allarmi sugli effetti collaterali dei processi messi in moto dal neoliberismo, rischiosamente distruttivi per persone, relazioni, qualità di vita anche nell’Occidente.

Molti economisti/e, politologi/ghe, e opinionisti/e prospettano soluzioni di breve e medio termine per mitigarne gli effetti più negativi di ordine sociale e ambientale, la cui efficacia spesso appare incerta.

Ben vengano politiche che aumentino il benessere e la vita di molte donne, e molti uomini, che permettano una più equa distribuzione di risorse e ricchezze, correggendo le ingiustizie macroscopiche e insopportabili, ma è chiaro che non cambiano il sistema nel quale viviamo, semmai lo modernizzano e migliorano i suoi effetti più deleteri.
Noi pensiamo che accanto al sostegno a tutte le lotte condotte dalle persone oppresse e sfruttate nei luoghi di lavoro, nei luoghi di vita, nei luoghi del disagio più accentuato, volte a migliorare le condizioni materiali e simboliche di donne e uomini, sia anche importante approfondire le analisi e le teorie volte a cambiare il paradigma patriarcale-capitalistico alla base del sistema con un nuovo paradigma, che smantelli l‘originaria divisione sessuale del lavoro e tenga insieme nella teoria e nella pratica il lavoro produttivo e riproduttivo nell'organizzazione sociale e politica.

La nostra ipotesi è che se non si va alla radice dell’organizzazione materiale e simbolica del sistema patriarcale-capitalistico non se ne esce, se va bene lo si migliora, ma non lo si abolisce.

Il movimento femminista degli ultimi cinquant’anni ha tematizzato e criticato i presupposti fondamentali, a partire dalla divisione sessuale del lavoro,  probabilmente creata dal patriarcato, che assegna funzioni, ruoli, compiti specifici agli uomini e alle donne, una divisione sulla quale sono stati costruiti la nostra civiltà, la storia, i saperi, i linguaggi disciplinari e l’organizzazione materiale della nostra vita. Senza voler trovare universalità generalizzanti, ma tenendo conto delle ricerche antropologiche diacroniche e sincroniche degli ultimi anni, registriamo possibili costanti, in particolare il fatto che l’uso degli strumenti stessi della produzione è stato in generale negato o controllato per le donne, con vari mezzi, più o meno violenti, 1 con l’alibi di proteggerle, difenderle nella loro funzione essenziale, naturalizzata, della riproduzione sessuale, biologica, affettiva, psicologica, funzione legata ai due ruoli fondamentali di madre e donna seduttiva (amante, prostituta, moglie provvisoria, a seconda dell’organizzazione sociale della collettività in cui si trova). Il paradosso è che proprio la tecnologia dell’homo sapiens, che ha dato inizio alla civiltà che conosciamo, è stata messa a punto dalle donne (tessitura, raccolta di frutti e semi, costruzione di cesti per la raccolta….) in regime pre-patriarcale.



Ne deriva che la costante dello scambio sessuo-economico si pone alla base delle relazioni sociali tra uomini e donne in regime patriarcale, nel quale la sessualità delle donne è scambiata con denaro o  altri generi di compensi, tra i quali, ad esempio, il mantenimento nel matrimonio.

Anche se oggi, soprattutto in Occidente, le trasformazioni sociali ed economiche hanno modificato e modernizzato le relazioni tra i sessi, anche se l’opzione emancipazionista si è alla fine imposta, permettendo un massiccio accesso delle donne al mercato lavoro produttivo, non si è scalzato dalle mentalità e dall’organizzazione della vita il pregiudizio che il  tratto identitario femminile risieda essenzialmente nella appartenenza alla sfera  sessuo-riproduttiva.

Certo, dopo millenni, si fa fatica a cogliere il fatto che questa realtà è una costruzione storica, e non una caratteristica innata del femminile, e quindi passibile di trasformazione.

Oggi il neoliberismo esorta molte donne a mettere a profitto secondo parametri individualisti questa differenza originaria e originante tutte le altre differenze umane che conosciamo. Mi riferisco ad esempio all'enfasi che viene data all’autodeterminazione nei confronti  del proprio corpo e della funzione riproduttiva, presentata come esito positivo dell’acquisizione della parola chiave bandiera del femminismo degli anni Settanta: l'utero è mio e lo gestisco io. Allora l'espressione era dettata dalla necessità di sottrarre il corpo femminile al controllo di medici e preti (gli uni medicalizzavano ogni fase fisiologica dal menarca alla menopausa come fossero malattie, gli altri dettavano norme di comportamenti sessuali per le donne, condannando l’uso degli anticoncezionali, dei quali era ancora vietata la vendita).

 

 

L'espressione gridata nelle piazze e nei documenti significava riportare il corpo delle donne nella piena disponibilità personale di ciascuna.

L'invito alle donne a diventare imprenditrici di sé stesse utilizzando in prospettiva commerciale sessualità e funzione riproduttiva fa perdere di vista un elemento fondamentale, il fatto che portare avanti una gravidanza per altri, prostituirsi, consentire a  un matrimonio di interesse, anche quando si tratta di scelte personali, non indotte da particolari condizioni materiali di vita, rafforzano l'ordine sessuale patriarcale. Molti comportamenti però condividono la stessa prospettiva.

Queste consapevolezze rischiano  di alimentare posizioni neo-fondamentaliste di condanna e criminalizzazione delle persone, donne in prevalenza, ma anche uomini nel caso di sexworkers, che intraprendono tali attività.

Nei dibattiti su questi temi ci si ritrova stretti tra due schieramenti, che non hanno intenzione di dialogare tra loro, convinto ciascuno di possedere la verità assoluta, costituiti da chi esalta gli obiettivi neoliberisti di messa a profitto di corpo e funzioni e chi invoca censure e condanne neo-fondamentaliste nei confronti dei soggetti che intraprendono scelte del genere.

Il neoliberismo, dicevamo, ha fatto dell’autodeterminazione lo specchietto delle allodole per molt*, pensiamo all'invito ripetuto a diventare imprenditori di sé stessi, mentre si smantellano progressivamente diritti acquisiti in un secolo di lotte volte a contrastare l’estrazione illimitata di profitto.

A tale scopo si usa e si abusa del concetto di libertà, nella sfera sociale come in quella politica, una libertà individualistica, competitiva e improntata all' egoismo sociale.

Le femministe e i movimenti antagonisti quando parlano di libertà si riferiscono a una libertà collettiva, per tutte e tutti, e quindi compiono un gesto immediatamente politico.

In questo numero di OverLeft i fuochi restano gli stessi dei due numeri precedenti, secondo uno sguardo antropologico, che ruota attorno a tre assi: elogio del conflitto, tensione del paradosso, zone di confine. In particolare abbiamo preso in considerazione:

1) il passaggio dalla concezione base della nostra filosofia occidentale, figlia della ragione illuministica, che presenta l’individuo autosufficiente e autodeterminantesi materialmente e moralmente, alla consapevolezza del fatto che gli esseri umani, ancora prima della nascita, sono immersi in una rete di relazioni umane e con piante, animali e cose, senza le quali non potrebbero sopravvivere, a cominciare dalla relazione con la madre. Consapevolezza dunque dell’interdipendenza, della vulnerabilità e fragilità dell’essere umano, non solo allo stadio di neonato, ma nel corso dell’intera vita.

2) La mistificazione patriarcale per cui il soggetto autonomo e autosufficiente è solo l'uomo, inteso come maschio, che può autodefinirsi tale a patto che ci sia un gruppo sociale indistinto e indifferenziato (nel senso che le componenti possono essere sostituite l'una con l'altra) che lo sostiene, lo cura, lo conforta nelle sue debolezze, fragilità, vulnerabilità. E' proprio la consapevolezza dell'estrema vulnerabilità dei maschi, che le donne intuiscono e conoscono, che porta molte a sobbarcarsi la cura dei loro uomini, alimentando sensi di onnipotenza, come è facile constatare nelle donne giovani, che pagano la conquistata autostima, frutto della nuova coscienza femminile e femminista, con il sobbarcarsi carichi enormi e insostenibili di lavori e attività fuori e dentro casa.

3) L’attenzione alla riflessione femminista postumana  e postcoloniale, che combatte lo specismo e l’antropocentrismo, frutti di umanesimo nato dal primato della ragione occidentale, in connessione con le tre religioni totalitarie e i loro testi sacri. Ne deriva un modello teorico e pratico di scienza orientata a incrementare le biotecnologie utili all’appropriazione di materiale genetico di femmine umane e animali ai fini di intensificare lo sfruttamento e l'accumulazione primaria del capitale.

4) L’attenzione e il sostegno a tutte le battaglie contro le vecchie e nuove forme di precariato, contro la disoccupazione più o meno nascosta, la tendenza a subordinare il tempo di vita al tempo di lavoro, contro ogni tentativo di rimuovere i provvedimenti a tutela dei lavoratori e delle lavoratrici, provvedimenti accusati di ostacolare o rallentare la produttività aziendale. Riteniamo che le analisi sulle condizioni di lavoro, di reddito e di esistenza, sul progressivo smantellamento dei diritti civili e sociali e del welfare, conquistato con lotte dure, non possono prescindere dalle analisi sulle relazioni collettive e individuali tra donne e uomini.

Per questo restano insufficienti, anche se positive, perché comunque alleviano la fatica di molte, le politiche volte alla conciliazione tra lavoro per il mercato e lavoro di cura per le donne e oggi anche per uomini, se non si lavora contemporaneamente nella prospettiva di modificare profondamente le relazioni tra donne uomini, pena il ritrovarsi dentro la lotta a fare i conti con divisioni come quelle verificatesi a New York al tempo del movimento Occupy, o in Francia al tempo delle mobilitazioni notturne, contro la loi travail, da parte delle donne, costrette ad attuare difese logistiche contro gli assalti sessuali dei loro compagni di lotta.

Anche nei paesi del Nord Europa, nei quali il sessismo e il maschilismo sono stigmatizzati socialmente, nei quali le donne ricoprono ruoli e incarichi prestigiosi nella politica, nella società e nell’organizzazione del lavoro, paesi che sono per noi dell’area del Mediterraneo esempi di società illuminate e progredite sul piano dell’uguaglianza tra donne e uomini e dei diritti sociali, si registrano tassi di violenza degli uomini sulle donne pari o superiori ai nostri, un paese per tutti la Svezia.

Questo dovrebbe farci riflettere sul fatto che non basta limitarsi alla richiesta di una redistribuzione più egualitaria di compiti e funzioni tra uomini e donne nel pubblico e nel privato, ma occorre sforzarsi di andare oltre, misurarsi anche sul terreno del confronto con immagini, valori, attitudini, fantasie e paure acquisite e interiorizzate in millenni di civiltà patriarcale in merito a che cosa si intende ancora per maschile e femminile, pur nei modelli evoluti e modernizzati di oggi, che alimentano il conflitto, mascherato, sopito, negato, a seconda dei momenti, tra donne e uomini.

Note

1 Paola Tabet, Le dita tagliate, Roma, Ediesse, 2014