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La prima infanzia di Cosma tra memoria e storia PDF Stampa E-mail
Aree tematiche - Dopo il diluvio: discorsi su letteratura e arti
Sabato 27 Gennaio 2018 16:52

di Paolo Rabissi

Un recupero di memorie e un tuffo dentro la complessa realtà storica di Trieste tra '40 e '45 in un racconto che mette  a nudo la violenza del 'fascismo di frontiera'

Cosma ha pochi ma vivissimi ricordi dei primi anni di vita a Trieste, se li è portati con sé, sottraendoli più o meno consapevolmente all’oblio. Risalgono tutti a un periodo compreso tra la fine del ’43 e i mesi successivi al 25 aprile 1945 che non è per Trieste la vera data della Liberazione essendosi i nazisti dell’ Adriatisches Küstenland, il Litorale Adriatico, arresi alle truppe alleate solo il 2 maggio, come a Berlino.

Nato nel settembre del 1940, tre mesi dopo l’inizio dell’entrata in guerra dell’Italia accanto alla Germania, forse già dal luglio ’43 ma sicuramente dal ’44 in avanti, Cosma ha abitato con madre e padre in un appartamento di un caseggiato piccolo borghese. I due si erano sposati nel luglio del ’43, quasi tre anni dopo la nascita di Cosma e qualche settimana prima della destituzione di Mussolini e la nominadel maresciallo Badoglio a capo del nuovo governo. L’evento del matrimonio era stato sin dall’inizio condiviso ma su quanto avvenuto prima e fino a tutto il 1945, Cosma, direttamente dai suoi, finì col sapere poco o niente, omissioni e reticenze erano poi diventate tanto più numerose col passare degli anni. Col tempo alcune certezze avevano trovato però conferme definitive. Diventato adulto e morti i suoi a Cosma non era rimasto che raccogliere qualche notizia tornando a Trieste a interrogare qualche parente. Fu in fondo l’occasione per conoscere meglio le sorti della sua città natale in quegli anni. Parenti più o meno lontani a parte, gli furono d’aiuto i libri di storia interrogati che gli hanno restituito della sua città un’immagine dolorosa e di grande complessità dovuta alla sua storia di città di frontiera tra italiani, austriaci e le popolazioni slave. Ma in particolare ha finito con l’aggiornarsi sul volto violento e razzista del fascismo che sin dalla sua nascita aveva trovato nella città un’accoglienza convinta e diffusa. L’adesione dei suoi genitori, appassionata o rituale che fosse, rimase argomento di qualche conversazione con Cosma solo finché lui non cominciò a fare domande che li metteva in imbarazzo e che manifestavano uno spirito troppo critico.

Ingravidata la madre di Cosma, il padre si era dato alla fuga ed era stato riacciuffato a Roma in una caserma da due dei suoi futuri cognati. Ne era seguito il matrimonio riparatore. Di suo, la madre aveva messo maledizioni verso l’uomo e lacrime disperate verso quella gravidanza indesiderata, mal sopportata, impossibilitata a liberarsene come avrebbe voluto.

 


Era stato il numero 78 di via Molino a Vento a ospitare il neonato fino al matrimonio. La strada, lunghissima, taglia da Est a Ovest la città, scende ininterrotta dall’ippodromo, sulla strada verso l’Istria, fino a piazza Garibaldi nel cuore della città. Nel 1940 si accedeva a quella casa, e ancora a lungo dopo la fine della guerra, dopo aver superato una breve terrazza delimitata da muretti in pietra. Su un lungo corridoio, sulla destra, si aprivano tre porte di altrettanti appartamenti, ciascuno di due stanze. L’ultimo in fondo era quello della famiglia della madre di Cosma, quasi di fronte al gabinetto comune alla turca. Il piccolo appartamento, nel quale Cosma visse i suoi primi tre anni, ospitava oltre la madre una sorella più grande, con marito e due ragazzini, infine la madre delle due sorelle. Non il padre. Già a quell’epoca si era accasato con un’altra donna  dalla quale aveva avuto sicuramente un’altra figlia e abitava lungo la strada che scendeva a via Revoltella, alle spalle di via Molino a Vento. A Trieste c’era arrivato dal Sud, dalla provincia di Bari, subito dopo la fine della prima guerra mondiale ad Austria sconfitta. Costretto a vendere il piccolo pezzo di terra di proprietà, dispersasi parte in Argentina la famiglia, aveva preso con il resto la strada del Nord seguendo un flusso sottile di emigrazione, attratto da occasioni più immaginarie che reali nelle terre redenti. La città infatti godeva di una fama di prosperità e ricchezza che aveva in effetti riguardato la situazione prebellica, non il dopoguerra investito dalla crisi per la caduta della maggior parte delle attività produttive e commerciali con il vasto entroterra dell’impero asburgico, a Nord fino a Vienna, a Est verso la Slovenia e la Croazia.

Avvenuto il matrimonio la famigliola di Cosma si era trasferita in via Ghirlandaio, non distante da via Molino a Vento. E’ da lì che arrivano quei pochi ma ancora vivi ricordi a Cosma in età di quattro e cinque anni. Sua madre che gli ficca due dita in gola perché sta soffocando a causa di un pezzo di trippa. L’immagine della cucina interamente annerita da un incendio scoppiato durante la notte. La discesa a rotta di collo lungo le scale durante un bombardamento con il fragore di vetri rotti da una scheggia di bomba inchiodatasi al muro. Il rifugio usuale nella cantina di una casa dirimpetto e quello più lontano in un tunnel stradale fangoso. Infine su una mensola in cucina, accanto a un piccolo busto nero di Mussolini, la radio dalla quale almeno una volta Cosma ha sentito cantare un’aria operistica il padre, tenore ventisettenne agli inizi di carriera, evidentemente in qualche modo accreditato alla radio dell’ Adriatisches Küstenland ovvero Litorale Adriatico, territorio nazista dall’ottobre del ’43.

Ciò che per Cosma è rimasto misterioso della vicenda del padre è proprio la natura della sua presenza a Trieste durante l’occupazione nazista. Dato che era un fascista convinto, anche se  nulla Cosma ha saputo di una sua militanza effettiva nel partito, considerando che senz’altro era sotto le armi, dopo l’otto settembre come se l’era cavata? Nella Venezia Giulia, e ancor più a Trieste, nel pomeriggio dell’8 settembre ha inizio come in tutto il paese la disintegrazione delle forze armate. Si tratta di più di cinquantamila uomini di stanza nella zona i cui reparti si dissolvono a causa della mancanza di direttive precise. I comandi d’armata e di corpo d’armata, di fronte alle immediate aggressioni contro le truppe italiane da parte dei nazisti, prendono iniziative deboli e contrastanti: un primo ordine di resistenza armata impartito alla sera dell’8 settembre viene revocato la mattina dopo. Era nello spirito di quell’ordine, inviato dallo Stato Maggiore romano il precedente 5 settembre, di difendere Trieste da una possibile discesa tedesca “senza far uso delle armi”. Nell’insieme era un comportamento analogo a quello inaugurato poi dal governo Badoglio con il suo criminale comunicato dell’8. Nel pomeriggio dello stesso giorno, nonostante un accordo diverso tra generali tedeschi e italiani, le truppe naziste s’impadroniscono dei punti nevralgici della città e poi la occupano per intero sfilando per le vie del centro. Nei giorni successivi i soldati e gli ufficiali italiani, salvo la resistenza di pochi, cadono in mano tedesca o si disperdono. Decine di migliaia vengono deportati in Germania da Trieste, da Pola, da Fiume. In pochi giorni dunque, subito dopo la liberazione di Mussolini da parte dei tedeschi e la proclamazione della Repubblica di Salò, Hitler occupa militarmente il Friuli, la Venezia Giulia e la Slovenia, che era stata occupata e annessa all'Italia dall’esercito regio nel 1941. Nasce così il territorio del Litorale Adriatico che prefigura il suo incorporamento, in caso di vittoria nazista, nella grande Germania.

Il padre di Cosma aveva visitato la città da sedicenne avanguardista e tanto gli era piaciuta che, quando aveva deciso poi di abbandonare il liceo un paio d’anni dopo, si era arruolato volontario chiedendo come destinazione proprio Trieste. Il giovane fuggiva dalla famiglia che non apprezzava la sua vocazione al canto per il quale gli era riconosciuto già qualche talento. Quell’arruolamento comunque aveva un significato anche più complesso, era una rottura, nelle intenzioni definitiva, con la vita borghese.

Trieste, che per se stessa come città di confine animava la fantasia, probabilmente anche per il paradossale mescolarsi in essa di cosmopolitismo (dovuto alla presenza secolare di una molteplicità di etnie) e di nazionalismo (l’irredentismo), poteva esercitare un fascino particolare su un giovane avanguardista con l’animo di artista che sarebbe rimasto fascista  per tutta la vita. La ragione è quella per la quale Umberto Saba avrebbe più tardi definito Trieste la città più fascista d’Italia e non senza ragioni. A pochi giorni di distanza dalla fondazione dei Fasci di piazza San Sepolcro a Milano, del marzo 1919, venne creata la sezione triestina. Le violenze delle squadre fasciste non tardarono a venire. L’incendio del Narodni Dom, sede delle principali associazioni politiche, culturali ed economiche slovene e croate di Trieste, diventerà una sorta di battesimo dello squadrismo organizzato nazionale.  Il ‘fascismo di frontiera’ godette per tutto il ventennio di una esaltazione di fedeltà e di radicalità. Nel settembre del ’38 Mussolini visitò per l’ennesima volta Trieste e annunciò per la prima volta le leggi razziali: Trieste era anche la terza città italiana per popolazione ebraica. Sui giornali del tempo in prima pagina compare una foto emblematica. Piazza dell’Unità è gremita all’inverosimile. Il Duce risponde col saluto romano alle ovazioni interminabili e ai vibranti “heil Duce!” dei giovani Hitleriani schierati sotto il palco.
Settembre '38 a Trieste Mussolini annuncia la promulgazione delle leggi razziali
I miei probabilmente c’erano, pensa Cosma.

Ma nel 1944, alla radio organicamente nazista di Trieste, il giovane padre era lì come militare-artista o solo come artista? Era riuscito a liberarsi del tutto, come molti sbandati, della divisa dopo l’8 settembre o si era ritrovato neo-arruolato nella Repubblica di Salò? Quest’ultima resta infine per Cosma la spiegazione sufficientemente realistica ma l’uomo forse era riuscito anche a far valere le sue doti di tenore lirico, forse contando anche su qualche amicizia di un certo peso. Di natura militare? Difficile. Anche perché le poche unità militari della Repubblica di Salò erano state subordinate immediatamente ai comandi germanici. Di natura civile e politica? Anche qui difficile dire per gli stessi motivi, perché a Trieste e in tutto il Litorale Adriatico il governo di Salò non contava assolutamente nulla e nei suoi rappresentanti locali per molti aspetti disprezzato. Il controllo politico, oltre che militare, da parte delle strutture naziste messe in funzione è molto efficiente. La Radio Litorale Adriatico funziona benissimo, dirama informazioni tranquillizzanti e offre spettacoli d’intrattenimento al fine di rassicurare la popolazione triestina, compresa la considerevole porzione slovena e istriana presente da secoli nella città. A tale scopo i capi nazisti hanno chiamato a collaborare: “…molti fra i migliori attori e giornalisti locali promettendo loro pingui retribuzioni e, soprattutto, l'esonero dalle chiamate ai servizi di guerra e del lavoro… La stazione è potente in modo da poter coprire le emittenti anglo americane per farsi sentire nella penisola… Le informazioni ovviamente sono quelle della propaganda tedesca, diffuse in italiano, tedesco, sloveno e croato”. Così racconta lo storico Raoul Pupo nel suo libro “Trieste ’45”. Da quella stazione radio Cosma aveva sentito cantare il padre.

Se il padre di Cosma era riuscito a infilarsi in una situazione del genere ciò non significava che la famigliola potesse godere di grandi privilegi o sottrarsi più di tanto agli avvenimenti della guerra in corso. Anzitutto la città, già alla fame nel 1942, nel ’43-’44 è in una situazione ancora peggiore e raggiunge apici drammatici a 1944 inoltrato quando, anche a causa del freddo terribile di quell'ultimo interminabile inverno di guerra, aumentano i decessi per la sottoalimentazione e per le malattie infettive, in particolare per la tubercolosi. Cosma stesso uscirà a stento dalla sua pleurite (quasi miracolato, come gli hanno raccontato). La diminuita erogazione del gas e la mancanza totale di carbone e legna spingono i triestini all'assalto dei boschi per cucinare e riscaldarsi. Anche al mercato nero non si trova quasi niente se non a prezzi proibitivi quasi per tutti.

Da metà del 1944 si aggiungono le bombe. Trieste fino alla primavera di quell’anno era stata risparmiata dagli alleati. Da quel momento invece gli allarmi aerei si sono fatti sempre più frequenti. Il venti aprile un'incursione aerea aveva provocato più di trenta morti a Opicina, un quartiere periferico. Ma il dieci giugno in una mattina di sole, come recitano le cronache, un centinaio di bombardieri sganciano il loro carico sul centro abitato. I morti sono quasi quattrocento, i feriti un migliaio e centinaia le case rase al suolo. I bombardieri si accaniscono contro il porto nella zona industriale ma colpiscono anche il quartiere operaio di San Giacomo molto più a Nord  che in linea d’aria non dista molto da via Ghirlandaio.

Ma non ci sono solo le bombe. Il neonato governo dell’Adriatisches Künstenland gestisce il potere con ferocia e sistematicità quotidiane. In gioco c’è anche la sicurezza delle comunicazioni militari e dei rifornimenti tra Germania e la linea gotica in Italia e Germania e i Balcani: le strade devono essere ripulite ad ogni costo dai banditi partigiani. Si servono ovviamente dei militari fascisti di Salò, come alcune unità della Decima Mas, i bersaglieri del battaglione Mussolini, alcuni reparti di artiglieria ma soprattutto l’Ispettorato speciale di pubblica sicurezza per la Venezia Giulia, agli ordini della Gestapo. Suo compito specifico è la tortura e l’eliminazione dei resistenti nella “villa triste” di via Bellosguardo. Si tratta della “banda Collotti”, dal nome del responsabile più in vista: “Le nefandezze di cui Collotti si macchia […] sono innumerevoli come le sue vittime, italiane e slovene, donne e uomini, e alla fine gli costeranno la vita. Ai primi di maggio del 1945 tenterà di fuggire con molti valori sottratti ai prigionieri, ma verrà riconosciuto nei pressi di Treviso e fucilato sul posto dai partigiani italiani. Stessa sorte avranno molti dei suoi collaboratori caduti invece in mano jugoslava, che finiranno con tutta probabilità nel pozzo della miniera di Basovizza”.

Nelle strade le SS tedesche (e ci sono da poco anche le SS italiane) fanno ronde continue e rastrellano uomini e ragazzi da destinare al lavoro nelle opere di fortificazione sul Carso o da deportare nelle fabbriche tedesche. Ma non basta. Come a Fiume e Gorizia nel ’44 la presenza partigiana a Trieste è forte e organizzata e colpisce. Nell’aprile di quell’anno nel pieno centro di Trieste, nella mensa del Deutsche Soldatenheim, un attentato uccide cinque ufficiali germanici. La reazione tedesca, col supporto dei fascisti, è feroce e in via Ghega 51 partigiani e politici italiani, sloveni e croati, vengono impiccati alle balaustre delle scale e alle finestre dell’antico palazzo Rittmeyer e lasciati esposti alla popolazione per due giorni.

La repressione anticomunista in particolare è ovviamente feroce e spietata. E non manca la collaborazione questa volta anche di fascisti civili, le cui delazioni così numerose, che finiscono con lo stomacare persino le SS, la dicono lunga sull’universo morale dei triestini in questo momento. I tedeschi perseguono con sistematicità e determinazione lo spirito dell’ordine di repressione del  diciassette giugno del maresciallo Kesserling che garantisce di coprire “…ogni comandante che nella scelta e nell’asprezza del mezzo nella lotta contro le bande oltrepasserà la misura moderata che ci è consueta”.

Tra agosto e i mesi successivi in particolare viene decapitata per due volte la direzione della federazione di Trieste del PCI (nel primo caso l’arresto è effettuato dall’Ispettorato speciale di PS di Salò che poi consegna l’arrestato alle SS). In entrambi i casi seguono nella risiera di San Sabba la detenzione, la tortura e infine il forno crematorio. Molti diranno che non ne sapevano niente del forno crematorio, poi però si affrettano a dire di aver salvato questo e quella. Da cosa? Sulle angosce quotidiane dei triestini grava in realtà anche questo. Nel rione periferico di San Sabba i nazisti hanno trasformato un ex opificio per lalavorazione del riso in un campo di detenzione di polizia. A guidarlo ci sono professionisti dello sterminio, specialisti  provenienti in massima parte da Treblinka dove hanno eliminato un milione e settecentomila ebrei. Anche qui  vengono eseguite uccisioni di massa. All’inizio con fucilazioni, con mazze di ferro, perlopiù durante la notte mentre gli altoparlanti diffondono musiche a pieno volume per coprire urla e strepiti. Dal marzo del ’44 funziona il forno crematorio. Gli ebrei in massima parte sono detenuti in attesa del trasferimento verso Auschwitz e Ravensbruck. Gli altri, resistenti, partigiani, ostaggi civili, vengono detenuti, torturati ed eliminati. Fra 2000 e i 5000 a seconda delle stime.

Che relazione o consapevolezza i suoi potessero avere di tutto ciò Cosma non sa. La guerra, il clima di delazioni e di terrore, la stessa scarsità di cibo e la mancanza di riscaldamento non dovevano certo rendere la loro vita felice. Ciononostante i due sposini si distraggono come possono e nell’agosto del ’44 la madre di Cosma è nuovamente in una gravidanza indesiderata, impotente a liberarsene.

Nella città corre neanche tanto sotterraneo anche un altro motivo di tensione generale. Che gli alleati stiano per arrivare è nella consapevolezza di tutti. Ma tutti sono altrettanto consapevoli che sta per realizzarsi un antico incubo, quello dell’invasione della città da parte degli slavi, che vengono addirittura nei panni dei liberatori ma dei quali si teme lo spirito di vendetta.

Vorranno sicuramente vendicarsi tutti coloro che sono sfuggiti alla violenza e agli eccidi perpetrati dalle truppe fasciste quando nel 1941 hanno occupato tutto l’entroterra triestino fino a Lubiana e alla Dalmazia. La repressione di feroce violenza della resistenza in quel territorio attuata dai generali italiani aveva seguito le indicazioni date dal generale Roatta con una sua circolare del 1942, essa iniziava con la frase : «…il trattamento da fare ai ribelli non deve essere sintetizzato nella formula dente per dente, ma bensì da quella testa per dente».

Sicuramente hanno in serbo intenzioni vendicative quanti, sloveni e croati che vivono a Trieste da generazioni, durante il ventennio hanno subito ogni sorta di discriminazione e di negazione della propria identità, compreso il divieto di usare la propria lingua nelle scuole e nei luoghi pubblici.

A raccogliere queste notizie la riflessione di Cosma non può che cadere spesso sulla veridicità di quel luogo comune che enfatizza la natura degli italiani come brava gente, in contrapposizione ad altri come se essi stessi non avessero esercitato le violenze tipiche di uno stato totalitario e imperialista.

Come se non bastasse gli slavi, oltre che essere considerati una razza minore e servile, sono anche comunisti. Tito, che occupa un posto di rilievo tra gli alleati e che ha in Stalin un energico sostenitore (convinto com’è costui delle giuste pretese territoriali avanzate da una civiltà contadina, come quella slava, contro quella urbana), in attesa dell’avanzata finale ha posto decisamente la questione dei nuovi confini della Jugoslavia che dovranno comprendere tutto il Friuli, Trieste compresa: la logica ritenuta sufficiente è quella secondo la quale andavano annessi tutti quei territori dove semplicemente vivevano sloveni e croati.

Un programma che non trova insensibili, almeno fino a un certo momento, i partigiani comunisti triestini che perlopiù sono concentrati tra le maestranze del porto e sui quali gli jugoslavi esercitano una indiscussa egemonia come fossero un’appendice del loro esercito. Del resto essi hanno fatto propria la prospettiva strategica elaborata dal movimento comunista fra le due guerre, tutta incentrata sulla possibilità dell'estensione della rivoluzione alla Germania e al centro Europa, oltre che all’Italia, e quindi più che interrogarsi su una inclusione o meno di Trieste nella Jugoslavia (che verosimilmente soddisfa più che altro esigenze nazionaliste jugoslave) pensano alla rivoluzione che unirà tutti i popoli in nome del comunismo dell’Internazionale.

Difficile pensare che fascisti di Salò, militari o meno, come il padre di Cosma, ma anche la silenziosa zona grigia della città, non fossero preoccupati dal prossimo arrivo degli jugoslavi.

La madre di Cosma fa appena a tempo a sgravarsi. Il 28 aprile Tito dà l’ordine di lasciar perdere qualsiasi altro obiettivo e di attaccare Trieste. Il 29 i capi nazisti e le SS fanno saltare il forno crematorio della risiera per occultare le stragi e cominciano ad abbandonare la città che è già attraversata da colonne di soldati in ritirata dall’Istria. Il 30 aprile  alle 5,30 l’insurrezione ufficiale ha inizio e si assiste così a uno degli aspetti più emblematici della complessità delle vicende triestine. Contrariamente a quanto avviene nel resto d’Italia non sono solo i combattenti con la fascia tricolore del Corpo Volontari della Libertà (Cvl) del Cln (qui composto da azionisti e democristiani) a  condurre la lotta ma anche le formazioni di UO-DE (Unità Operaia) composte da comunisti italiani e sloveni (che vivono a Trieste da sempre) che simpatizzano per Tito e portano sui berretti la stella rossa.

Si tratta in effetti di due insurrezioni, in concorrenza fra loro. Gli uni si battono contro nazismo e fascismo in nome delle libertà del mondo Occidentale, gli altri ugualmente contro nazismo e fascismo ma in nomedel bolscevismo e del comunismo. Tutti antifascisti tutti antinazisti, ma gli uni sono anche anticomunisti, gli altri tendono a considerare fascisti tutti coloro che non accettano di fare propria la stella rossa con quanto essa rappresenta, la sconfitta del nazifascismo ma insieme la vittoria del bolscevismo. Per qualche ora combatteranno insieme nelle strade poi la  situazione svelerà tutta la sua complessità, quasi prefigurando, da come essa si articolerà, lo scontro, non sempre del tutto freddo, tra URSS e mondo occidentale.

Il 30 aprile in città si combatte dappertutto. Le unità comuniste di UO-DE occupano il quartiere operaio di San Giacomo, nel pomeriggio ingaggiano scontri violenti in piazza Garibaldi con reparti di tedeschi che scendono da via Molino a Vento.

Le unità del Corpo dei Volontari della Libertà, perlopiù della democrazia cristiana e del partito d’Azione, sono maggiormente impegnati in piazza dell’Unità e nel centro. I tedeschi alla fine della giornata sono insediati solo in poche posizioni ma hanno intenzione di resistere ad oltranza. La mattina del primo maggio arrivano gli jugoslavi. I loro carri armati scendono anch’essi da via Molino a Vento fino a piazza dell’Unità e aggrediscono le postazioni tedesche. Ma il comando jugoslavo si preoccupa da subito anche di chiarire alla popolazione chi comanda in città. Il dissidio latente col Cln scoppia  immediatamente, non gli viene riconosciuta nessuna dignità di resistenti: sono italiani cioè fascisti e come tali vanno trattati. Ci sono scontri e morti di una impossibile unità e fratellanza. Il comando del Cvl deve arrendersi all’evidenza e per salvare il salvabile decide di rientrare in clandestinità nascondendo le armi. Mentre i reparti comunisti di UO-DE vengono ingoiati dall’armata jugoslava anche l’altra resistenza scompare. Si tratta dell’inizio del periodo più drammatico della città che durerà quaranta giorni. Ma prima c’è il problema dei tedeschi. Tutto si risolve quando nel pomeriggio del due maggio i carri armati neozelandesi degli alleati entrano finalmente anche loro in piazza dell’Unità e ad essi i tedeschi si arrendono evitando di cadere nelle mani dei comunisti cosa da loro temutissima.

A questo punto il comando militare della città spetterebbe di diritto ai neozelandesi perché a loro si sono arresi i tedeschi ma in realtà la città è già interamente nelle mani dei reparti jugoslavi. D’altra parte jugoslavi e neozelandesi sono eserciti alleati che hanno liberato la città dai nazifascisti e per quanto si guardino con sospetto devono abbozzare un rispetto reciproco, ma mentre gli jugoslavi, che sono arrivati per primi come l’armata rossa a Berlino lo stesso 2 maggio, occupano l’intera Venezia Giulia oltre Trieste, gli anglo-americani sono presenti solo sui bordi occidentali della regione.

Man mano che le truppe dell’esercito jugoslavo sono entrate in città la popolazione ha dovuto prendere atto dell’inverosimile tanto temuto, Trieste sta diventando una città slava e comunista: il tre maggio il Comando militare jugoslavo della città di Trieste (Cmt-Kmt - Komanda mesta Trst) ha assunto tutti i poteri e il nove maggio la stessa amministrazione militare proclama l’annessione della città alla Jugoslavia.

Mentre la diplomazia anglo-americana e quella sovietica trattano la sorte effettiva della città oltre che dell’intera regione friulana incalzati dalle richieste insistenti di Tito, il Cmt-Kmt proclama lo stato di guerra e il coprifuoco, abolisce tutte le leggi del regime fascista e dispone lo spostamento dell’ora legale per uniformare Trieste al resto della Jugoslavia. L’intenzione è quella di bruciare i tempi nel consolidare il nuovo potere prima delle decisioni che stanno maturando altrove e che, in molti lo sanno o lo temono, non prevedono di lasciare Trieste alla Jugoslavia.

Il nuovo regime di “democrazia popolare”, che durerà poco più di un mese, non suscita entusiasmi nella stragrande maggioranza della popolazione. Essa deve invece subire l’attività repressiva da una parte dei tribunali militari della quarta armata jugoslava, che eseguono condanne a morte fra le quali quelle relative alla foiba di Basovizza, dall’altra dell’ Ozna, cioè la polizia segreta partigiana. Dotata di ampissimi poteri autonomi quest’ultima raccoglie le numerose denunce (questa volta a parti invertite!) e prepara le liste delle persone da arrestare. Nell'intera popolazione triestina si diffonde il panico. Circa 160 sono le esecuzioni in città ma il numero complessivo degli scomparsi nelle foibe in tutta la Venezia Giulia, secondo le stime degli storici, raggiunge le quattro, cinquemila persone. Più impressionante è la massa degli arresti,  tra i sei e i diecimila nelle sole Trieste e Gorizia. Di italiani fascisti noti ma anche di gente minuta e oscura.

Trovare fascisti con precedenti da persecutori di slavi a Trieste del resto non è difficile. Non era proprio il cosiddetto ‘fascismo di frontiera’ quello che si era nel ventennio distinto per la sua precocità e per il radicalismo razzista antislavo? Gli squadristi giuliani non si erano forse a lungo vantati di aver fatto da modello ai camerati delle altre regioni d'Italia collezionando bastonature, devastazioni, omicidi contro gli avversari politici in particolare slavi? Nessuno perciò a Trieste in quei giorni poteva stare tranquillo.

Basta il sospetto per l’arresto, meglio sbagliare che rischiare un fascista in giro.  Il radicalismo ora è allora quello slavo, per essere considerato fascista in quei giorni non occorre nemmeno aver mai indossato la camicia nera. Per ironia o nemesi storica i partigiani slavi si comportano, annota Raoul Pupo, come se il programma di Mussolini, quello per cui ogni italiano doveva identificarsi col fascismo, si fosse interamente realizzato.

Il neonato governo popolare colpisce indiscriminatamente  e più duramente che può senza sottilizzare, la sua è una sorta di epurazione preventiva di tutti coloro che è inutile e pericoloso accettare nel nuovo ordine statale. In pratica nella nuova città, il governo di Tito, che Stalin appoggia ma ancora per poco, amerebbe che rimanesse solo chi si professa comunista. Tutti gli altri sono indesiderati e sarebbe meglio tornassero a casa propria, in particolare tutti quelli che nella Venezia Giulia non sono nati e che nella regione si sono trasferiti dopo il 1918, come i nonni materni di Cosma.

La spaventosa repressione attuata dalla macchina giustizialista, la repressione poliziesca che causa la  morte di manifestanti non comunisti, finiranno per raffreddare anche gli entusiasmi degli stessi operai comunisti che a un’epoca di fratellanza italo-slava avevano creduto. Il resto della disillusione è procurata dall’incapacità del governo popolare di provvedere all’amministrazione civile della città e persino all’alimentazione della cittadinanza: con grande smacco le autorità comuniste dovranno accettare addirittura gli aiuti della pontificia opera di assistenza del Vaticano!

Cosma ricorda di aver fatto visita alla madre in una clinica (forse un ospedale) dove ha incontrato la neonata. Sarà stato il 28 o il 29 aprile. Cosma si era affacciato sul letto e aveva chiesto: “Come si chiama?”. Cosma non ha memoria di nient’altro, di sicuro però le frequenti ronde comuniste slave che rastrellavano la città con cadenza di morte, in quei giorni e nel mese successivo non arrivarono né in quella clinica né in via Ghirlandaio.

Tanto più che il 12 giugno tutto si arresta e gli jugoslavi sono costretti a ritirarsi da Trieste. Il suo destino non si inscriveva come priorità nella partita diplomatica tra i Grandi che stavano contrattando i confini della nuova Europa. Anche a Stalin Trieste avrebbe fatto gran comodo come spina bolscevica nel fianco dell’Europa ma quando si rese conto che gli anglo-americani mai avrebbero ceduto sul destino della città rispose fermamente e una volta per tutte alle insistenze di Tito ingiungendogli di ritirare le sue truppe: “…non ho intenzione di iniziare la terza guerra mondiale a causa della questione triestina.”

I giorni e i mesi non porteranno affatto pace nella città. Da Trieste però comincerà da subito a scendere nella penisola un filo di emigrazione, di profughi dalla città e dalle terre rimaste alla Jugoslavia. Cosma non ha mai saputo la data precisa ma in quel rivolo ci fu anche la sua famiglia.